Recensioni

Ci sono Stede Bonnet e Blackbeard. Sherlock e Watson. Hannibal e Will Graham. E, ovviamente, Crowley e Aziraphale. Personaggi opposti ma complementari, dalla chimica perfetta. La lista di duo che segnano nuovi standard dell’amicizia (e non solo) al maschile è molto lunga nel mondo della tv, soprattutto negli ultimi anni, in cui la serialità ha sentito la necessità di sviluppare nuovi paradigmi della mascolinità. Neil Gaiman, che con Terry Pratchett ha dato vita all’assurdo mondo di Good Omens, non ha bisogno di lezioni da nessuno in questo. E lo dimostra con questa seconda stagione scritta in solitaria, immaginata come una sorta di prequel al nuovo romanzo che lui e Pratchett, scomparso nel 2015, avevano in mente.
La prima stagione, lo ricordiamo, era tratta da un romanzo autoconclusivo, Buon apocalisse a tutti. Stavolta Neiman non aveva vincoli di alcun genere per la sua storia, se non ciò che, ipoteticamente, potremmo vedere nella terza stagione (non ancora confermata). Lo scrittore di American Gods ha conservato tanto dello spirito ironico del suo collega Pratchett, disseminando easter egg qui e là ma, al tempo stesso, ha spostato l’occhio di bue solamente sui suoi protagonisti, l’angelo Aziraphale e il demone Crowley. Niente più bambini, streghe e profezie dunque, niente Adam e compagni, Agnes Nutter, Anathema e i Quattro Motociclisti dell’Apocalisse che avevamo visto in precedenza. Solo l’evoluzione di un rapporto millenario e i semi gettati per una nuova avventura.
La scelta di focalizzarsi esclusivamente su loro due non è negativa: sono l’anima della storia del resto, e i loro siparietti di per sé basterebbero a riempire una puntata. Merito soprattutto della chimica imbattibile che c’è tra i due attori protagonisti, Michael Sheen (Aziraphale) e David Tennant (Crowley). Ma questo meraviglioso rapporto non è accompagnato da una base di trama altrettanto solida, cosa che pone questa seconda stagione qualche spanna al di sotto della prima, che invece fu un vero gioiellino.
Qualche anno dopo la mancata apocalisse, Aziraphale e Crowley continuano la loro vita sulla terra, ormai svincolati rispettivamente dal Paradiso e dall’Inferno, due mondi ultraterreni che più che luoghi di pace o dannazione assomigliano a uffici burocratici, con le loro regole e i loro meccanismi da istituti statali. Un aspetto, quest’ultimo, che dà avvio a diverse dinamiche in entrambi le stagioni e permette a Gaiman di sfoderare una satira pungente (ma meno martellante a questo giro), perché l’al di là, in fondo, non è così diverso dal mondo degli umani. Non ci ha creati Dio a sua immagine e somiglianza, dopotutto?
La loro vita procede tranquilla, fino a quando riprendono i contatti con angeli e demoni. Qualcosa si sta muovendo, e infatti un giorno l’Arcangelo Gabriele (Jon Hamm) si presenta completamente nudo alla porta di Aziraphale, ma senza sapere perché…
L’arrivo di Gabriel è completamente avvolto nel mistero, è, anzi il fulcro da cui si muove tutta la trama. Ci si sarebbe aspettata un’escalation diversa, più tensione, più indizi per stuzzicare lo spettatore, e invece l’unica cosa che ci viene presentata è un motivetto (Everyday di Buddy Holly) che Gabriel continua a canticchiare ma senza sapere perché. Salvo poi scoprire che l’arcangelo era stato cacciato dal Paradiso e che di mezzo c’è una relazione con Belzebù, il duca dell’Inferno. Una dinamica che, per quanto carina, è stata calata sulla scena improvvisamente. Ci sono poi le new entry Nina Sosanya e Maggie Service, che nella prima stagione interpretavano due suore chiacchierone e ora sono proprietarie di due negozi di Whickber Street, loro malgrado finite nella rete di imbrogli di angeli e demoni. Si prendono il loro spazio, lo fanno in maniera egregia, niente di più.
È tutto molto “dosato” insomma, siamo lontani dallo spirito frizzante della prima stagione. Ma la vera domanda è: Gaiman è riuscito a conservare lo spirito di Pratchett? La voce dell’autore del Mondo Disco è nel racconto sempre adorabile di questa più che amicizia tra Crowley e Aziraphale, che ci regalano i loro momenti migliori nei flashback ultramillenari. Dopo la bellissima mezz’ora di racconto della loro storia nel terzo episodio della prima stagione, questo sequel si apre infatti con il loro primo incontro in assoluto, nello spazio dell’universo, quando Crowley era ancora un angelo e già si vedeva il suo spirito curioso, troppo curioso, che lo porterà poi alla dannazione degli inferi. È soprattutto in questi momenti che si inseriscono la satira e le riflessioni di una certa portata filosofica, quelle sul Bene e il Male, sul significato della vita, l’universo e tutto quanto.
Pratchett c’è negli easter egg, come gli album di Rat Keith appesi alle pareti del negozio di Maggie (riferimento al libro Il prodigioso Maurice e i suoi geniale roditori di Pratchett), il suo iconico cappello in scena, e tutti gli innumerevoli riferimenti ai personaggi del Disco Mondo. Lui c’è anche nell’amore per tutto ciò che è fieramente britannico. Ci sono tanti riferimenti alla cultura pop anglosassone, così tanti che Gaiman si assume il rischio di lasciare fuori una fetta di spettatori che vivono al di fuori del Regno Unito, ma va bene così, perché sono anche queste piccole cose che rendono solida l’identità di Good Omens (un suggerimento utile potrebbe essere consultare, di tanto in tanto, la sezione curiosità su Prime Video). Ad esempio, il taglio di capelli di Crowley è un tributo al personaggio di June, interpretato da Kim Hunter del film del duo inglese Michael Powell e Emeric Pressburger Scala al Paradiso, di cui Gaiman e Douglas Mackinnon (altro showrunner della serie) sono grandi fan, tanto che si possono trovare altri riferimenti nella serie. Ci sono i riferimenti ai Monty Python (la targa della macchina di Crowley, con la parola “Curtain” scritta al contrario, appare anche ne Il senso della vita), ai programmi della Bbc, a Doctor Who, ai Queen, a Jane Austen.
Il climax della stagione non è però nel ritrovamento di Gabriel da parte del Paradiso e dell’Inferno (faccenda che si risolve anche piuttosto velocemente), ma nei minuti finali che portano Crowley e Aziraphale a separarsi dopo un bacio sofferto e arrabbiato. Un bacio che definire il coronamento di una lunga storia non renderebbe giustizia al rapporto tra loro due, diventato “qualcosa di più” già da secoli or sono, ma che pur etichettare secondo i canoni dell’amore romantico degli esseri umani sarebbe riduttivo (una cosa a cui Gaiman ci ha già abituati con il suo The Sandman). Loro, che hanno conosciuto il mistero “ineffabile” di Dio ma ancora non trovano un senso al Grande Piano, nemmeno a questa relazione che semplicemente esiste, è bella e tanto basta. Sono creature ultraterrene dopo tutto, letteralmente insieme da quando gli angeli scaldavano il motore dell’universo, ma che hanno vissuto sulla Terra tanto a lungo da poter apprezzare le piccole cose che rendono gli umani semplicemente…umani. Ascoltare musica nel retrobottega di un negozio. Bere vino. Guidare ad alta velocità. Condividere il tempo con qualcuno.
Potremo perdonare Neil Gaiman, se questa stagione più debole sarà servita a porre le basi del vero sequel che insieme a Terry Pratchett custodiva da anni nel cassetto.
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