Recensioni
Natasha Lyonne, Amy Poehler, Leslye Headland
Russian Doll - Stagione 2
-
Domenico Lonigro
- 8 Giugno 2022

Esiste un incubo peggiore che essere condannati a rivivere la propria morte? Forse sì, ed è quello in cui si vive nella costante illusione di poter tornare indietro nel tempo, sperimentando le esistenze degli antenati per cambiare il proprio presente. È questo l’assunto attorno a cui ruota e (non sempre) si sviluppa la seconda stagione di Russian Doll, o del fascino ingannevole dell’epigenetica.
Natasha Lyonne (Orange Is the New Black), Amy Poehler (Parks and Recreation, Making It) e Leslye Headland (Sleeping with Other People), creatrici e produttrici esecutive della serie, sono tornate tre anni dopo – complice la pandemia – con un prodotto di indubbia qualità tecnica e dal grande fascino estetico, destinato a garantire una boccata d’ossigeno a Netflix, mai così in affanno come negli ultimi mesi. Qualcosa, tuttavia, non torna, ma procediamo con ordine, come Russian Doll 2 non fa quasi mai, consacrata com’è a un’estasi entropica.
Quattro anni sono trascorsi da quando Nadia Vulvokov – «la figlia perduta del comico Andrew Dice Clay e Merida di Brave», per sua stessa ammissione – è riuscita a liberarsi dal loop temporale fatto di morti multiple e ripetute nel quale era rimasta incastrata nel giorno del suo trentaseiesimo compleanno: in pochi hanno dimenticato la stridula voce dell’amica Maxine (Greta Lee) che salutava la protagonista al grido di «Sweet birthday baby!», mentre Gotta Get Up di Harry Nilsson si dissolveva in sottofondo ancora e ancora e ancora.
Quattro anni nel corso dei quali Nadia e il compagno di sventura Alan (Charlie Barnett) hanno «tenuto d’occhio la linea del tempo» senza notare nulla di strano. A una settimana dai quarant’anni dell’eccentrica programmatrice di videogames con la passione per ogni tipo di eccesso, qualcosa cambia affinché tutto cambi. Un po’ per caso un po’ per noia – in fondo, non succede sempre così, nella vita come nelle serie tv, soprattutto dopo una prima stagione riuscita e autoconclusiva? – Nadia scopre che il treno 6622 in viaggio sulla linea 6 della metropolitana di New York viaggia nel tempo, anziché nello spazio.
Prodigi della fisica post-einsteiniana e topos fantascientifico per eccellenza: Nadia e Alan – quest’ultimo in misura minore, ridotto com’è al ruolo di assoluto comprimario, sia pure assai cresciuto dopo i drammi interiori della stagione precedente – si ritrovano a viaggiare indietro nel tempo a proprio piacimento. Tutto quello che devono fare è salire su un treno della metro, per ritrovarsi l’una nella New York del 1982 e nella Budapest occupata dai nazisti del 1944 e l’altro nella Berlino Est del 1962. Nadia nelle esistenze prima di sua madre Nora (Chloë Sevigny) e poi di sua nonna Vera (Irén Bordán), Alan in quella della nonna Agnes (Carolyn Michelle Smith).
Da Ricomincio da capo a Ritorno al futuro, il salto (cinematografico) è breve: con un assaggio di Multiverso della follia e diverse citazioni gustose, dalla filmografia degli anni Settanta e di Robert Altman in particolare, ma anche dalle più e meno recenti incursioni d’ambientazione ebraica (Diamanti grezzi, A Single Man, e poi indietro almeno fino allo Spielberg di I predatori dell’arca perduta e Schindler’s List), a cui Russian Doll 2 mostra di guardare con grande intelligenza, nella ripresa di atmosfere, tropi e figure dell’ebraismo, tra richiami al Talmud e riferimenti alla Shoah caustici ma calibrati al registro complessivo dell’opera. Del resto, quella di trasformare ogni dramma in farsa è una cifra tipica del teatro yiddish e fortemente riconoscibile nei sette episodi che compongono la serie. E a prestar bene ascolto, la voce di Nadia non è poi troppo distante da quella dei Sabbath e dei Portnoy di Philip Roth.
Con questi riferimenti imprescindibili, Natasha Lyonne questa volta cura anche buona parte della regia, alternandosi felicemente ad Alex Buono dietro la macchina da presa e dando forma a un prodotto meno coeso, meno organico, meno armonico del precedente. E non può essere altrimenti quando alla certezza della morte, e della morte ripetuta, si sostituiscono gli infiniti universi possibili e l’altrettanto infinita varietà delle possibili vite altrui: nel tentativo di sopravvivere a sé stessa e a una prima parte pressoché perfetta, Russian Doll 2 ha il merito di sperimentare, la forza di tentare una innovazione ambiziosa, e il difetto di non riuscirci del tutto.
La variazione sul grande tema del tempo – con la sostituzione di paradigma: dalla dimensione statica e ripetitiva del primo loop a quella frenetica e a tratti compulsiva del secondo – dà la stura a riflessioni di non poco conto: sull’eredità – emotiva, certo, ma anche materiale, nella fragile linea narrativa della quest dei krugerrand, la ricchezza di famiglia che spinge Nadia a intraprendere il primo dei viaggi indietro nel tempo –, sulla memoria della propria storia familiare e culturale e, non da ultimo, sull’identità femminile, autentico marchio impresso ancor di più sulla serie, nella quale i personaggi maschili sono ridotti a mere comparse, quando non ad autentiche macchiette: degni di nota, in tal senso, sul primo fronte il personaggio della giovane Ruth, a cui dà intensa vita l’ottima Annie Murphy di Schitt’s Creek e Kevin Can F**k Himself, e sul secondo l’improbabile figura baffuta di Chez Carrera, interpretato dallo Sharlto Cooper di Hardcore! e District 9.
Tutto il resto è un forsennato viaggio adrenalinico sul treno 6622, alla ricerca di quello che avrebbe potuto e non potrà mai essere, tra scenografie imponenti, costumi accuratissimi e un uso sapiente di luce, movimenti di camera ed effetti stroboscopici: l’ultima destinazione è una intima e sofferta acquisizione esistenziale che per Nadia coincide non casualmente col compimento dei quarant’anni. Il passato non può essere cambiato – con buona pace della protagonista e del grande Jay Gatsby – ma solo compreso e accettato, affinché non contamini più il presente sotto forma di trauma. Rivivere le esperienze dell’instabile madre Nora e dell’arcigna nonna ungherese Vera serve a Nadia e allo spettatore per comprendere e ricordare che ogni esistenza è unica e irripetibile, e la sola vita della quale si possa dire qualcosa è la propria, forse. A patto di viverla.
Con tale rinnovata consapevolezza, Natasha Lyonne, sempre più a suo agio nei panni di Nadia, concede finalmente al personaggio sprazzi di una tenerezza mai vista prima – e a tratti commovente proprio perché tanto inattesa – verso i due poli opposti della vita, la nascita e la morte. In sottofondo, Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd suggella una colonna sonora sublime – curata in modo chirurgico da Joe Wong (Master of None, Superjail!) – che annovera un altro pezzo della storica band britannica (The Thin Ice) e che si apre con Personal Jesus dei Depeche Mode. A Brian Eno e ai Velvet Underground, a Janis Joplin, Van Halen e persino Beethoven, tra gli altri, il compito di sostenere una narrazione il cui esito finale è senz’altro superiore alla somma delle singole parti.
Amazon
