Recensioni

«Kill yourself live! Do it for the likes». È il refrain del pezzo più sferzante del nuovo album dei Mudhoney. Non tanto musicalmente perché Kill Yourself Live, anzi, è quasi una ballata, con delle belle note di slide e di organo a corollario di un rock moderato. Altri pezzi come Paranoid Core e Prosperity Gospel, per esempio, sono molto più veloci e incalzanti.
Il vero trait d’union di questo Digital Garbage, più ancora del sound Mudhoney che rimane inossidabile e inscalfibile per un gruppo da trent’anni sulla breccia e formato da non più giovanissimi, è proprio il mood cupo, la durezza dei testi, che pur con tutto il loro sarcasmo hanno una nota di invettiva persino più marcata del solito (e non è che i brani politici siano una novità per i quattro seattleites: pensiamo a F.D.K., a Hard on for War, due pezzi di periodi diversi). Basta guardarsi intorno del resto per non avere troppa voglia di scherzare o perché l’ironia si inacidisca fino a diventare più corrosiva e rabbiosa che mai: uno scenario popolato di farisei del XXI secolo (21st Century Pharisees), fanatici delle armi che sparano in chiesa (Mr. Gunman), zotici imperanti (Hey Neanderfuck), e una devastazione umana che trasforma il (dis)gusto della satira in amarezza e collera. «Sei ricco, hai vinto tu! Vaffanculo» tuona Mark Arm in Prosperity Gospel.
Non resta che blueseggiare di un attacco di nervi come condizione quotidiana (Nerve Attack) o di un’estinzione di massa quasi invocata (Next Mass Extinction), o farsi cadere le braccia e immedesimarsi nello strazio di Messiah’s Lament, peraltro il brano più eccentrico e melodico. Come si reagisce alla paranoia, al terrore, alla spazzatura digitale? Tenendo alta la guardia e suonando con l’energia e l’intelligenza di sempre. Sempre chitarrosi – anche se un po’ meno superfuzzbigmuff – e ruspanti. I Mudhoney continuano a esserci sul serio e a dare ragione di questa loro presenza ultradecennale.
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