Recensioni

6.5

I Mouse on Mars non hanno bisogno di presentazioni. Abituati a sorprendere e trasformarsi di album in album, non potevano che presentarsi all’appuntamento discografico con nuovi assi nella manica. Radical Connector, ottava prova sulla lunga distanza a tre anni dal fortunato Idiology, non sfigura infatti per almeno un paio di ragioni, davvero intriganti.
Pur non presentando cambiamenti sostanziali nel metodo compositivo, il nuovo lavoro si distingue dalle uscite precedenti innanzitutto per una precisa scelta di campo: più che ficcare la testa nel tunnel massimalista, Andi Toma e Jan Werner preferiscono manipolare le superfici e mantenersi all’interno degli steccati dei generi. Il terreno privilegiato è dunque il pop, genere sul quale il duo ha lavorato con particolare attenzione astraendolo, modificandolo e adattandolo all’innesto di alcuni connettori particolarmente preformanti come il funk e la disco.
Mine in Yours e Wipe That Sound, le tracce poste in apertura, nonché Blood Comes, rappresentano pertanto l’ottimo risultato conseguito in questo senso: scioglilingua passati al vocoder, sincopi ritmiche irresistibili, Prince che incontra imprescindibili Kraftwerk in una sala giochi. Insomma tanta maestria e ironia e una lezione, peraltro perfettamente assimilata, appresa dai Daft Punk (il cui vocoder all’amarena è lì a dimostrare quanto il duo francese abbia segnato il passo)
Tuttavia la sensazione è che i Mouse on Mars giochino tutte le nuove carte a loro disposizione in questa prima mano e, una volta succhiato il succulento frullato funky-soul-robotico, poco sia rimasto da dire. Se infatti Spaceship gioca amabilmente tra tappeti glitch e bleeps spaziali inserendo ritmiche sincopate in labirinti hip hop e house, l’incanto si rompe nella disco easy listening di Send Me Shivers e in quel colpo a vuoto a base di fascinazioni atmosferiche che è The End (entrambe con Niobe al canto). E se Detected Beats riesce a aggiungere un ennesimo tassello a quell’elettronica proteiforme che caratterizzò Autoditaker, l’hip hop ingrassato per voci sporcate al vocoder (in un cantiere ritmico memore di Aphex Twin) di All The Old Powers scorre senza lasciare traccia di sé.; infine Evoke An Object, dove la carne si smalta di metallo, forte di una melodia ammaliante e del consueto lavoro certosino alle ritmiche, chiude l’album con un cocktail lounge androide che, per quanto d’alta classe, odora anch’esso di dejà vu.
Non sarà l’album dell’anno e di certo neanche un brutto lavoro, tuttavia Radical Connector soffre della lunga distanza. Sarebbe forse stato preferibile nel più contenuto formato EP, magari con i soli esperimenti funky-pop.

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