Recensioni

6.5

E’ tempo di celebrazioni in casa Minus ed è Richie Hawtin in persona a dichiarare scopi e natura di  minMAX, prima raccolta ufficale della label dal 2007: “Bridging the gap between the old & the NEW, the minimal & the MAXIMAL” . Con minMAX  non si storicizza però un suono che  di per se ricalca tutte le fasi stilistiche del proprio fondatore, anzi, lo scopo finale sembra proprio quello di presentare i nuovi ambasciatori del pedigree Minus/Hawtin raccogliendo tutte le sfaccettature minimal/maximal della techno contemporanea in un unico pacchetto sonoro.

I due estremi convivono all’interno della raccolta senza però trovare mai una reale interazione. A dire il vero, si ha spesso la sensazione che i pezzi stessi siano stati pensati per ambienti e pubblici differenti ma con la medesima “pancia”. Sul versante più minimal ci sono i vari 4YO4YUGaiser, Tripmastaz, NSOUND o  Maxime Laffon con tracce che trasudano esplicitamente claustrofobie da after-party grazie a strutture sonore asciutte e contratte.

Sul versante maximal invece, il verbo dominante sembra essere “estendere” e questo vale sia per i minutaggi dei pezzi, sia per le dinamiche acutico-spaziali che questi ultimi sottendono. I martelli pneumatici intervallati a screzi atmosferici di Joran Van Pol , Dandi & Ugo, Matador, o di  produttori più navigati come HOBO (che qui scomoda pure un sound molto Tiefschwarz-era) presuppongono una fruizione  in spazi enormi, come se la musica di questi produttori venga pensata per le grandi platee dei festival specificatamente dance-oriented.

Qua e la, all’interno della raccolta,  c’è pure lo spazio per una “correntina” ambient-techno che sorprendentemente ci regala i momenti più interessanti della compila; è paradigmatica in questo senso la presenza di un veterano come Mathew Jonson che con l’inconsueta Metropolis sembra quasi citare lo spazialismo del Plastikman periodo Consumed. A compendio di questa zona franca dedita al chill-out ci sono i battiti siderali di Etapp Kyle (Yuma), il jazzismo deep di un altro nome consolidato come Hearthbob e il totale riduzionismo ritmico di Kazuya.

Concludendo, minMAX è sicuramente un ottimo compendio per conoscere  o riscoprire l’immaginario sonoro di label come Minus o la storica Plus 8 e la qualità  media dei pezzi contenuti è sicuramente alta  ma chi vi cercasse qualcosa di davvero inedito  in  ambito techno, probabilmente ne rimarrà deluso. Molto pragmaticamente, raccolte come questa trovano la loro ragion d’essere soprattutto nei dancefloor e forse, come giusto che sia,  poco possono concedere all’ascolto casalingo.

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