Recensioni

Tides end è il secondo disco per i Minks, progetto a carico del Frontman/songwriter Sonny Kilfoye nato e cresciuto in casa Captured Tracks, progetto che si inserisce a pieno titolo nel filone dream pop che l’etichetta newyorchese sta portando avanti da qualche anno a questa parte, ritrovando dunque gli stessi mood dei vari Mac DeMarco, Wild Nothing e Soft Metals.
Ad ogni modo, la connotazione dei Minks è synth pop, oltre che retrò. Sono le tastiere a farla da padrona, tastiere riciclate dai Settanta-Ottanta e attualizzate allo spirito cameristico e glo-fi di oggi. Il buon Sonny se la cava benino tra canzonette pop e ritornelli ammalianti, ma il problema di Tides Ends è la totale assenza di qualsiasi tempo e luogo. Chi sono i Minks, figli di Ariel Pink, dei Simply Red, o magari dei Matia Bazar di Tango quando Margot raggranella qualche suggestione di Elettroshock? E quando l’hanno fatto questo disco, oggi, cinque anni fa, negli anni ’80? Ok, è vero, il marchio Captured tracks c’è, ma rimane poco altro. E’ il concetto di una musica globale senza radici e dunque senza personalità, il paradosso di un suono che vuole essere totale e ricercato nel mix di tantissime influenze e che finisce invece per diventare muzak da cocktail bar, specie considerando che i compagni di etichetta sopracitati hanno fatto di meglio.
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