Recensioni

Michele Placido pesca tra i suoi ricordi per questo film o, meglio, così racconta. Non che non si creda al suo passato da questurino nella Roma del’68, è un dato storico certo, ma non si vede sincerità nel suo utilizzo del dato biografico. Nicola, alter-ego di Placido, vive senza nessun trauma o scisma interiore la sua condizione di doppio in un mondo in cui era necessario essere definiti e schierati. Allo stesso modo, alla fine del film, Nicola perde l’amore di Laura, allontanandosi così dall’epilogo più oscuro e crudo delle rivolte cominciate nel 1968: la svolta armata e il terrorismo. La sequenza conclusiva del film racconta, attraverso didascalie, un paradossale happy end nel quale tutti hanno trovato la loro strada, in primis Nicola che è diventato un attore, poi Laura diventata madre e professoressa, i suoi fratelli e, infine, Libero che vive in Francia dal 1972, accusato di terrorismo. Proprio nella soluzione del dramma si evince l’utilizzo del dato biografico a scopi promozionali e di marchio.
Astenendosi da ogni giudizio di tipo politico, da ogni possibile scelta di campo, Placido non fa altro che confermare quanto già si sa sul ’68 italiano e sull’analisi di questa data. Questo film è storicamente inutile e non muove di un millimetro l’opinione in chi già ha scelto, dicotomicamente, da che parte stare: tra il credere che quei giorni furono una rivoluzione dalla portata unica e il credere, invece, che la letteratura al riguardo sia l’unica vera vincitrice di quegli scontri verbali e fisici. Scegliendo di porre il suo dato biografico a garanzia di tutto il narrato, il regista mette insieme dati storici, dati personali e dati di fantasia senza nessun filtro e presuppone che chi guarda non veda nel film una mancata occasione per affrontare il tema storico, il più dibattuto della Storia italiana, ma si accontenti della giovinezza e della freschezza dei protagonisti, dei loro corpi fusi in amplessi libertini e ormai molto poco rivoluzionari. Il regista racconta una storia che ha sullo sfondo la Storia, credendo di poter giocare a nascondino con le implicazioni che Questa ha avuto e ha sulla vita nazionale. Allontanando il suo epigono dai fatti, alla fine del film, con la scelta di Laura di andare con Libero, Placido sembra scusarsi di aver preso parte a quei giorni, vissuti da poliziotto, e si lava le mani dalle scelte compiute dai “compagni che sbagliarono”, dalle P-38 e dalle gambizzazioni.
La promozione del film, già da prima della sua presentazione alla 66′ Mostra di Venezia, è stata incentrata sull’importanza storica dell’opera, sul valore testimoniale e biografico, sulle prove di tre brillanti attori italiani. Inutile dire che, di questi, l’unico aspetto effettivamente rinvenibile è quello che riguarda la prova degli attori. Meritato è il premio che la Biennale di Venezia ha riservato a Jasmine Trinca, convincente Riccardo Scamarcio che recupera la sua primigenia dizione pugliese, accorato Luca Argentero che, disperatamente alla ricerca di una credibilità cinematografica, interpreta un rivoluzionario più di nome che di fatto. Dialoghi insussistenti vengono, però, incarnati da attori che oltre a essere bravi sono anche molto belli, rendendo, in conclusione, un effetto stridente e di scarsa credibilità. Se Placido vuole significare che i giovani del ’68 erano tutti belli non ci riesce, se intende dire che chi era “nel giusto” era bello è tutta un’altra storia che questo film non sostiene e difende per una fondativa mancanza di coraggio.
Gli italiani sono pronti a vedere un film in cui, per dirla con Pier Paolo Pasolini, i veri proletari sono i poliziotti di Valle Giulia e non i bei rivoluzionari con eskimo e Vespa, ma forse l’industria culturale mainstream non lo è e continua a favorire rielaborazioni folcloristiche dei fatti più che fedeli racconti delle idee che ad essi portarono. Se di ’68 si deve parlare, che lo si faccia in modo coraggioso e sincero, altrimenti si fa inutile e anacronistico andare a dissotterrare eventi e personaggi di un passato non conciliante né assimilato.
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