Recensioni

Con Romanticize the Dive, i Metric arrivano al decimo album in oltre venticinque anni di attività. La band guidata da Emily Haines, attiva dalla fine degli anni Novanta, sceglie qui di raccontarsi da una prospettiva apertamente retrospettiva: i testi riflettono la fase iniziale della carriera, segnata da un debutto rimasto a lungo bloccato tra dinamiche di major e da una progressiva presa di controllo culminata nel 2009 con Fantasies, primo lavoro pubblicato in piena autonomia tramite Metric Music International.
È proprio con quel disco che il gruppo di Toronto svolta realmente, entrando nella top 10 canadese e vincendo un Juno Award. Da lì in avanti, quei picchi non verranno più raggiunti, ma la band guadagnerà una fanbase solida e fedele che la sostiene ancora oggi. Un percorso che trova riflesso in quest’album che suona come un bilancio di carriera.
Se i due capitoli di Formentera avevano intercettato una dimensione più sospesa e riflessiva, legata anche al contesto pandemico, Romanticize the Dive riporta il focus su una forma canzone più diretta, senza rinunciare all’impianto ibrido che definisce da sempre il gruppo: synth e wave, drumming pulsante, chitarre che riemergono anche in chiave antemica (Victim of Luck, Leave You on a High), un gusto che la riallaccia all’indie e uno slancio pop già mainstream ready (Tremolo).
Questa via di mezzo ha spesso accostato i Metric a realtà come i Paramore, o meglio alle rispettive frontwoman. Hayley Williams, da sola e con la band, ha trovato il successo lavorando su un registro emotivo diretto e confessionale; Haines, invece, si è mantenuta osservatrice — talvolta impietosa — con uno sguardo più distaccato, ironico ed esistenziale. Una postura che ha garantito identità e coerenza, limitando nel contempo la piena capitalizzazione del loro brand.
Da qui testi come quello dell’opener Victim of Luck, che mette a confronto la sé degli esordi — libera, incosciente — con quella attuale, segnata da una nuova forma di vertigine: la “frightened of heights”, paura della fama raggiunta e del crollo sempre dietro l’angolo. Un tema che attraversa un disco solido e variegato — gli echi anni ’80 di As If You’re Here, il post-punk elettronico con rimandi ai Blondie in Antigravity — e che testimonia la piena maturità raggiunta dal quintetto.
Ai Metric però, oggi come allora, sembra mancare ancora quel guizzo capace di renderli davvero necessari, oltre che semplicemente rispettabili. La domanda resta aperta.
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