Recensioni

Se doveva esserci un momento giusto, è questo. Memoryhouse, il debutto di Max Richter del 2002, da tempo fuori catalogo, viene ristampato dalla Fat Cat mentre il compositore, forte dei riscontri positivi ottenuti per la soundtrack di Valzer Con Bashir, sta portando in giro (stivale incluso, lo scorso 8 ottobre a Firenze) il progetto The Art Of Mirrors che sonorizza vecchi e inediti (almeno per l’Italia) super8mm di Derek Jarman.
Gli inizi di Max Richter, dopo l’apprendistato toscano per studiare Berio e le collaborazioni con Future Sound Of London e Roni Size, sono dunque racchiusi nel suo primo step solista. Si evince dai nomi di cui sopra, o meglio nella loro possibile convivenza ideologica, che il tedesco di stanza anglosassone è di certo un compositore atipico. Per dirla come lo stesso Richter, Post Classico.
Quasi tutte le composizioni di Memoryhouse vivono su di un tema portante, esposto nel melanconico violino di Europe, After the Rain. In Sarajevo, il soprano Sarah Leonard rileva gli archi: il corpo si fa drammatico. Corale. Sotto certi aspetti, Wagner-iano. La BBC Philharmonic Orchestra e Alex Balanescu, nell’epico crescendo di November, rifiniscono l’ennesima sfumatura sul tema. C’è anche spazio per particolari dediche: una al noto cagnolino spedito sulla luna nel 1957, Laika, in Laika's Journey (muzak elettronica in miniatura), l’altra al compositore olandese Jan Sweelinck, Jan's Notebook, per solo clavicembalo. Mentre The Twins (Prague), se non proprio una dedica, è quantomeno un palese omaggio all’arte di Michael Nyman. Detto questo, donate l’elegiaca Arbenita (11 Years) al vostro cuore.
Primi appunti sul quaderno blu.
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