Recensioni

Grande vecchio venerabile della musica sperimentale, che non conosce confini, Matthew Young è cresciuto – beato lui! – potendo ascoltare dal vivo personaggi del calibro di Duke Ellington, Dave Brubeck e Count Basie. Di sicuro, da questa radice jazzistica, Young ha tratto una lezione di libertà e creatività che lo hanno plasmato come ascoltatore e come compositore. Il passo successivo è stato l’incontro con Erik Satie e, da lì in poi, il contatto con l’avanguardia americana, da John Cage in giù. Dischi importanti nella sua produzione, recentemente ristampati proprio da Drag City e qualche altra etichetta attenta a riscoprire un passato che rischiava di scivolare nell’oblio, sono quelli usciti negli anni Ottanta e che potremmo definire come delle esplorazioni meditative per Fender Rhodes, nastri e elettronica varia.
Undercurrents è la prima raccolta di materiale inedito da molti anni. Gli otto brani sono stati scritti nel corso degli ultimi decenni. Un dato che lascia impressionati perché all’ascolto, pur nella sua eterogeneità, emerge una coesione poetica e timbrica davvero unica. Dell’elettronica fai-da-te degli esordi rimane qualche traccia, come in A Game of Chess, A Game of Chance, sequenza di onde elettromagnetiche e poco altro, quasi una meditazione timbrica. La passione per il pianismo di Satie, invece, esce prepotente in un quadretto melodico completamente esaurito dal pianoforte in Inflexion; mentre altrove (Undercurrents) il pianismo di Young si fa sequenza frammentata di elementi jazzistici, esplorazioni delle potenzialità sonore del pianoforte, “disturbate” da una leggera intromissione elettronica che si dispiega per oltre 12 minuti.
La devozione per la musica di Steve Reich è evidente in una traccia come Reflexion: nenia per marimba che si fa mantra. In un paio di brani, Young, usa anche la voce, decidendo di musicare due poesie di Marion Lineaweaver. Una è quella The Summer Girls che ha anticipato l’uscita del disco e testimonia la passione di Young per il dulcimer e un folk che ricorda per atmosfera John Fahey. L’altro brano cantato è Her Key Is Minor: incedere solenne per una nenia infusa di un animo profondo e delicato, con la voce incerta e fragile di Young che per attitudine fa venire in mente Robert Wyatt. Difficile da inquadrare, sfuggente ed imprendibile, questa raccolta di brani di Matthew Young si insinua facilmente sotto la pelle di chi ascolta e permette di farci (ri)scoprire un grande autore.
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