Recensioni

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Lo affermavamo nel Dj Kicks dello scorso anno: Matthew Dear, complice l’esperienza (quattro lustri di pubblicazioni discografiche il prossimo anno) e l’impegno in famiglia che lo ha occupato negli anni che lo separano dalla precedente prova autografa, era uscito dai binari dei trend e della contemporaneità per esplorare le sfaccettature di un viaggio sonico più vivo ed eccitante, dando un ottimo segnale della sua visione e maturità come dj e produttore. Come autore lo avevamo lasciato un poco imbrigliato con Beams, ovvero nelle più laboriose vesti di crooner art pop in bilico tra due David (Bowie e Byrne) aggiornati alla lezione degli Lcd Soundsystem e alle tante facce di Brian Eno, fascinazioni che osmoticamente assorbivano da un dancefloor via via più eterogeneo fatto di minimal, tech-house, disco, electro ecc.

Un poco prigioniero della coolness (come l’amico e collaboratore Tiga) e con quel cantato “indossato” più che sostanziato, Dear ha convinto finora (al netto del non esaltante ritorno dell’outfit techno Audion) più nelle vesti di produttore e soprattutto dj che non in quelle di novello dandy elettronico: Bunny è qui per convincerci quanto i due lati della medaglia meritino ora lo stesso rispetto. E non c’è che dire, l’album non solo rappresenta la sua prova migliore finora, ma è anche il lavoro intelligentemente tranchant che non t’aspetti da lui, con arrangiamenti e trovate, anche ironiche, ottimamente posizionate tra le numerose sfaccettature del renaissance man che è diventato. Un artista a tutto campo che non insegue e non anticipa, ma che coerentemente amplia e migliora una formula lasciata mantecare a lungo, presa e ripresa nei ritagli di tempo. Dear osa senza sbracare e lo fa all’interno di una brillantezza produttiva che sa farsi intima come catchy, avvalendosi lungo la strada di seduttive coreografie elettroniche che non si fanno mancare neppure dei mirati inserti strumentali (chitarra in particolare).

Unisce il lato morbido di Reznor/Nine Inch Nails all’altezza del Bowie in cerca del trascendente di metà Novanta (Can You Rush Them), gioca d’ironia tirando fuori qualcosa dell’Iggy Pop chansonnier, mescola essenze house e shoegaze, si massaggia il petto con quelle e con un balsamico dub (Duke Of Dens come dire The Field sotto LSD), svirgola anni ’50 e rockabilly, si avventura per savane e Bush Of Ghosts con rinnovato slancio (Moving Man), si concede meditabondi siparietti ambient wave (Bunny’s Interlude) riemergendo con piroette glam-funky della Berlino che fu (Electricity), spingendosi sui bordi del Peter Gabriel più acido (Kiss Me Forever) e allungando il sentimento su lunari novelty song che, quando meno te l’aspetti, si trasformano in altalene emozionali (gli 80s synth che si alzano come il vento in Calling). A tutto questo le gemelle Tegan e Sara aggiungono l’elemento pop, lo zucchero, in una formula già di per sé seduttiva (Horses e Bad Ones) e fermamente nelle mani del suo autore. Non una canonica pop star ma un credibile crooner art pop.

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