Recensioni

Tra i tanti apostoli della scena off dance, Matthew Dear è sempre stato uno dei nostri preferiti, vuoi per le ottime prove offerte nascosto dietro il moniker Audion, vuoi per quella faccia da adolescente sveglio che è sempre un valore aggiunto quando ti trovi a galleggiare in un universo ricolmo di brutti ceffi com’è quello della minimal techno. Un giovincello capace l’americano, a suo agio sia quando deve far muovere piedi e bacino sia quando deve reimpostare le proprie coordinate stilistiche ed imboccare, come in questo caso, autostrade di oblique traiettorie (indie) pop.
Si, perché Asa Breed è, a tutti gli effetti, un disco di canzoni, un campionario di deviate e devianti strutture electro pop che guardano alla pista da ballo soltanto in maniera distratta o, addirittura, prendendone del tutto le distanze come capita, ad esempio, nell’ultima parte dell’album quando spunta un’inaspettata e dimessa chitarra acustica a cesellare i contorni di Give Me More e Midnight Lovers.
Due episodi che contrastano nettamente con il resto del lavoro, vero e proprio gioco ad incastri tra sonorità minimali ed affabilità pop, come dei New Order pre-Technique ridotti all’osso (Pom Pom, Deserter) oppure un Prince scaraventato a forza in un club berlinese (Shy), ostentando improbabili suggestioni afro (Fleece On Brain) prima di scaraventare via la maschera e dichiarare il proprio amore incontrastato per il divino Arthur Russell (Elementary Lover). Non tutto, però, gira come dovrebbe e l’oramai abusato utilizzo di questo particolare tipo di soluzioni finisce con il pesare sull’economia generale dell’album che, per quanto buono, non riesce a distinguersi dalla valanga di produzioni speculari, con sommo rammarico di tutti coloro che si aspettavano un capolavoro.
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