Recensioni

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Dici Wainwright e pensi Rufus. Dici “sorella di Rufus” e pensi che non sarà mai al livello del fratello. D’altronde è sempre la solita storia. Per un artista è dura resistere al peso delle influenze musicali, che ogni anno fanno più vittime del virus dei polli. Figuriamoci se poi le lunghe ombre dei paragoni scomodi te le ritrovi addirittura dentro casa. Difficile quindi che la più piccola della famiglia Wainwright possa sfuggire al gioco al massacro del “chi ricorda che cosa”. Tanto più che quel cognome è universalmente riconosciuto come garanzia di qualità.

Il problema, però, è che questo disco di Martha Wainwright soffre delle aspettative che inevitabilmente ha generato. Ti immagini brani talmente belli da farti male ma ti ritrovi un pugno di pezzi che vagano nel déja-vu folk-pop. Senti il bisogno di esplorare nuove prospettive e nuovi significati della parola “emotività” ma dallo stereo esce soltanto una bella voce. Vuoi riscoprire un suono che sappia essere fedele cronista dei tuoi stati d’animo, ma poi ti rimangono semplici giri di chitarra acustica tra le mani. Ad esempio, Bloody Motherfucking Asshole – una specie di Bella stronza al maschile – sembra la solita filippica anti-fidanzato declinata al tempo del folk. The Maker, di contro, è più sobria nelle sonorità, e proprio per questo ha un esito migliore.

Il risultato, alla fine, è una mezza delusione. Soprattutto perché l’autrice dimostra a volte – sarebbe stupido non riconoscerlo – di avere comunque ereditato il gene Wainwright, come nel caso della deliziosa tenerezza di These Flowers. Solo che, presa dalla furia di mettere sul fuoco quanta più carne possibile, non è riuscita a mantenere ferma la barra sull’obiettivo di sempre: emozionare. Diluire quindi in sessanta minuti il proprio talento non è una mossa raccomandabile, specie quando le atmosfere dei pezzi si assomigliano pericolosamente. È come voler fare una cena per venti persone solo con un po’ di zuppa. Se allunghiamo il brodo con acqua abbondante magari riusciamo a garantire venti porzioni uguali, ma difficilmente i nostri ospiti ne apprezzeranno lo sforzo.

Se invece avesse giocato di sottrazione l’album ne avrebbe tratto giovamento. Così non è stato, e, benché la sufficienza sia raggiunta, si prospetta purtroppo una sconfitta – seppur di misura – non solo nel confronto col fratello (presente in Bring Back My Heart, una delle canzoni migliori del lotto), ma anche con altre cantautrici che negli ultimi tempi hanno colpito come e più di quanto abbia fatto Martha. Il riferimento è per Liz Janes e Hanne Hukkelberg, che senza la stessa copertura mediatica garantita alla Wainwright hanno saputo – loro sì – emozionare e coinvolgere.

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