Recensioni

Lo stile musicale di Mark Lanegan non brilla per imprevedibilità, e lo si nota soprattutto dal vivo. Del resto il musicista americano lavora da sempre su un livello che ha più a che fare col pathos, piuttosto che con la vivacità della scrittura, e che mutua dal blues più oscuro e dal crooning più greve una certa ripetitività nelle strutture. Nel suo caso, tutto questo gioca a favore di uno svolgersi quasi mantrico della musica che ben si adatta ai testi ricolmi di “Devil” dei brani, e che ha costruito nel tempo il trademark sonoro dell’ex Screaming Trees.

Lanegan, nella data alla Rocca Malatestiana di Cesena compresa nel festival A Cielo Aperto (note di contorno: bella location, atmosfera gradevole, qualche stand con dischi venduti a prezzi tutto sommato onesti, cucina più che dignitosa e attenta ai solitamente bistrattati vegetariani come il sottoscritto), si ritrova con tre jolly in mano, e li sfrutta a dovere: da un lato la ben nota voce cavernosa e vissuta capace di scorticare e di esaltare lo spleen già presente nei brani; dall’altro un suono non solo all’altezza, ma per una volta impeccabile, risultato di un ottimo impianto audio, di un’equalizzazione da manuale e di una grande attenzione per i timbri taglienti – e fondamentali, nella dinamica del live – delle chitarre elettriche; in ultimo, una band che snocciola un flusso potente, ritmicamente massiccio e senza indecisioni (due chitarre elettriche, basso, batteria, tastiera, laptop), valore aggiunto che nobilita ulteriormente l’impatto live della produzione musicale di Lanegan.

C’è poi l’aura “leggendaria” che il musicista americano si porta appresso, il passato ingombrante mostrato come un fardello, l’alone da maudit. Qualcuno del pubblico – assai numeroso – ha i capelli lunghi, qualcun altro una maglietta dei Nirvana, la stragrande maggioranza non è di primo pelo e i giovanissimi non sono poi tanti. Segno che per “fidarti” dell’ex Screaming Trees, per aprirgli la porta e farlo entrare nella tua personale Hall Of Fame, devi forse conoscerne la storia e aver vissuto in prima persona – per lo meno in termini musicali, e comunque di riflesso – quello che ha vissuto lui. Il passato e il suo immaginario sonoro di riferimento diventano, almeno in parte, una chiave interpretativa anche per il presente del musicista, un presente che per nostra fortuna è ancora significativo, come dimostrano dischi come Blues Funeral o l’ultimo Phantom Radio.

Lanegan, dal canto suo, inizia il concerto con una The Gravediggers Song tiratissima: è concentrato sul microfono, pochi gesti, nessun contatto col pubblico, nessuna voglia di interagire, nessuna concessione al ruolo di frontman che gli impone la situazione, se non per lo stretto necessario (la presentazione dei musicisti e un paio di “thank you” sussurrati dall’oltretomba). È così che va per la successiva ora e venti di un concerto forse non sorprendente, ma certamente molto concreto e di sostanza, in cui il Nostro ci è parso a fuoco, oseremmo dire quasi soddisfatto del risultato (la durata del live lo conferma, per un musicista che generalmente non si fa problemi a tagliare corto), pur nel mutismo che lo ha caratterizzato. E chissà che la bella location e la risposta di un pubblico come al solito in venerazione non abbiano ammorbidito anche un ruvido reduce del grunge come lui.

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