Recensioni
Il luogo interessante della musica di Kozelek è stato da sempre la sua voce. Prima con i Red House Painters, poi con i progetti in solitaria e dal 2002 con quei Sun Kil Moon che da pochi mesi ci hanno regalato un disco stupendo come Benji, il suo è stato un percorso che con il passare del tempo ha tolto i suoni in eccesso ed è tornato alla base dello storytelling folk americano per definizione: voce e chitarra. Al tour il Nostro aggiunge un po’ d’eco, proibendo nel contempo l’uso di telefonini, macchine fotografiche e tablet.
Non sono in molti ad ascoltarlo al Mame, ma ai pochi fortunati Mark (e, prima di lui, il cantautore folk canadese Barzin) regala una serata di mantra narrativi da brivido, stupito – a detta sua – di trovare giovani, ragazze e coppie davanti al palco. L’evoluzione del suono folk di Kozelek non nasce per caso e si definisce su anni di dischi e serate. La sua voce può cambiare da un momento all’altro: vellutata e graffiante, dolce e amara, declamata e intimista. Fra una canzone e l’altra (molte dall’ultimo disco) improvvisa monoghi e si parla addosso, borbotta qualcosa alle prime file che stanno lì senza fiatare. Tutte in apnea.
Il risultato? Suona semplice, nudo e crudo, in certi punti assomiglia addirittura al Neil Young di My My, Hey Hey. In pochi crescendo senti che la sua estetica è alla base del successi dei Fleet Foxes, degli Wilco, di Bonnie Prince Billy e dei migliori Death Cab For Cutie (questi ultimi due sono amici del cantante e hanno collaborato ad alcune sue produzioni).
L’anima dell’uomo è dentro agli accordi arpeggiati che dispiega con savoir faire da musicista scafato, in quelle storie che parlano di quotidianità, di depressione, di vita vissuta, di provincia e di profondi deserti interiori, e che Kozelek narra senza soluzione di continuità. Si apre come un fiore notturno e il suo profumo invade tutto il club. Vorresti che finisse mai, questa magia che in tanti anni di carriera non si è trasformata in scena.
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