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7.2

Sogno, e sono nel traffico chiassoso di una città che non riesco a mettere a fuoco, penso a tutta la gente che c’è al mondo in questo preciso istante. Poi entro in un bar piccolo e buio, e penso a tutta la gente che c’è stata nel mondo prima di me. Poi quando esco tira un gran vento e nell’aria s’incurva un suono, piccolo, timido. Ma di enorme importanza.

Il disco di Marco Giudici, uno degli esordi più felici in questi mesi di costante impreparazione, regala una precisa direzione, forse inconsapevole del momento storico e sociale in cui sarebbe comparso per la prima volta nelle nostre cuffie, eppure perfetto nella sua tempestività. Con numerosi progetti in gruppi e tentativi in solo, la poliedrica classe di Giudici sembra essere arrivata nella casa natia, pronta a respirare a pieni polmoni tutto il passato e a buttar fuori l’intero gioco di specchi elaborato durante gli anni, attraversando stili e velocità.

Le nove tracce che compongono Stupide cose di enorme importanza, prodotto insieme alla collega e amica Adele Nigro, sembrano indossare alla perfezione il desiderio repentino di essere di nuovo se stessi, dopo ciò che rimane di percorsi lenti e abitudinari, di svogliatezze e giorni vuoti. Giudici impasta un suono che ha a che fare con qualcosa di finalmente scelto e non indotto, un protagonismo necessario, una tenacia cristallina. Trent’anni ancora da compiere e accettare di conoscersi e riconoscersi per amare quello che si è senza riserve, con il coraggio di prendere per mano se stessi, finalmente: Marco Giudici appare come un artista onesto e maturo, nella pur ingenua e alle volte acerba messa a fuoco dei suoi brani. Riposare le ossa, come invita a fare Giudici, è un tenero e faticoso modo per mostrare il proprio amore, preoccupandosi di quello scheletro che regge e sorregge il peso dei giorni. Nel prelievo dei sentimenti adottato dal disco, la musica si fa morbidissima e psichedelica nella sua elettricità fuori moda, nell’osare prospettive jazz più cerebrali che scientificamente solide. Se Gino Paoli fosse un giovane milanese nato agli inizi degli anni Novanta avrebbe un cielo più grigio e una stanza meno eccitata.

Se il precedente lavoro svolto su Malamocco come Halfalib viveva nel passato, grazie a una discesa nei ricordi inevitabile, il suono di Stupide cose di enorme importanza è fortemente ancorato al presente, alla vita di Marco, alle sue paure, ora più piccole, ai suoi obiettivi, ora più vicini. È come se Halfalib avesse insegnato a Marco un nuovo modo di e per scrivere, tirando fuori quello che se ne stava attorcigliato nella pancia. Nonostante le foto lo-fi, il cappellino da pescatore, Giudici non ha niente dell’immediatezza piatta di un pop che fa scena; la sua curiosità musicale, che prende sotto braccio uno sperimentalismo misurato, si muove come materia duttile, alternando lo spleen pomeridiano della scuola genovese ai riff rotondi di un nostalgico alt-pop.

Il disco si apre con Per chi dorme, un bozzetto free liquidissimo di fiati – violino e violoncello – e tasti antichi, in cui si svelano le venature jazzistiche dei primi Non Voglio Che Clara. Un inizio bellissimo. Spremuta d’arancia, con piano e batteria dall’andamento sbilenco e spacey, incanta con fischiettii organici e coretti lo-fi, mentre la dolcezza fiabesca e aulica di Risaie amare resta ferma e immobile nel segnare così un brano struggente e potenzialmente identificativo del sound di Giudici. Il carico emotivo di un pezzo come Nei giorni così, con gli archi alla fine campionati da un pezzo di Any Other, affonda l’abbraccio nella citazione della colonna sonora di Final Fantasy 10 aprendo le porte all’epifania urbana di Alla fine è passato un amico, sei minuti di narrazione vaudeville tra pioggia e confessioni lasciate in segreteria. Stupide cose di enorme importanza, la title track intimista, riesce a disegnare un immaginario vicino a quello poeticamente sfibrato di Phil Elverum.

Qui la musica diventa un luogo mentale aperto alla possibilità, i cui giochi acquatici divengono elettricità in un abisso che ricorda il mastodontico Wyatt, per quell’attitudine realmente free nel giocare con gli estremi del jazz, nel ricercarvi una distonia che esonera dal voler dare etichette, nel liberarsi da precetti immobili di uno stile duro e puro. Marco Giudici è jazz come lo è Gino Paoli che, libero e stanco del solito schema canzone, flirta con quella vertigine inafferrabile da sempre in maniera accademicamente impropria ma con un trasporto irresistibile.

Flesso nella sua squisita semplicità, Stupide cose di enorme importanza calibra le note, i fraseggi, le pause, senza il rischio di dire troppo, come fa una giornata di primavera esemplare.

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