Recensioni

7.4

Se parlavamo di disco “politico” per Irrintzi di Iriondo, non possiamo esimerci dal farlo per Silo Thinking. Dietro la sigla Makhno si cela infatti qualcuno che a livello musicale e non, molto ha in comune col chitarrista basco-italiano: quel Paolo Cantù che, guarda caso, aveva proprio condiviso con Iriondo l’ultimo volume della serie Phonometak per segnalare la prima uscita a nome proprio dopo una carriera ultradecennale con band di poco conto (commerciale) ma dall’infinito valore (ideologico-musicale): Tasaday, Afterhours, Six Minute War Madness, A Short Apnea, Uncode Duello tanto per limitarsi alle sigle più longeve. Vale lo stesso, identico discorso fatto per il sodale summenzionato. Cantù ha suonato e/o collaborato con praticamente tutta la scena avant/impro di matrice rock dell’ultimo ventennio.

Diversamente da Iriondo però, Cantù considera Makhno una questione privata. Zero ospiti, fatta salva la presenza alla voce e testo in un pezzo (Custer) di Federico Ciappini (anch’esso Six Minute War Madness), e non solo in fase di ideazione ma anche di registrazione e mixing. Con l’ausilio di chitarra, basso, batteria oltre a clarinetto, elettronica e nastri, Cantù/Makhno mette in scena un disco di rock mutante e mutato, sperimentale senza perdere la radice rock, dai forti umori nineties ma aperto al futuro, alla compenetrazione di input, alla contaminazione finalizzata al messaggio. Rievocazione di un passato collettivo – Stiv, con la dedica/omaggio al mai troppo compianto Stiv Livraghi (Tupelo, Playground) o Zena, riesumazione della coscienza ideologicamente schierata di un passato ormai preistorico – e, insieme, esaltazione del rock inteso come rielaborazione personale, della propria storia, del proprio trascorso.

Il crossover industrial-rock di Ulrike – sì, quella Ulrike Meinhoff la cui voce echeggia sull’acido delle chitarre –, lo spettralismo rock della citata Zena, tutto echi e sospensioni ad affossare un noise-rock minaccioso, la disturbante rendition del canto anarchico ucraino La Makhnovtchina, la scelta stessa della sigla, omaggio all’anarchico ucraino Nestor Makhno, dicono molto dell’idea politica, prima ancora che musicale di Silo Thinking.

Se poi, l’unico brano cantato – la citata Custer – si trasforma musicalmente in una sorta di aggressivo noise rock in tensione alla primi Massimo Volume e concettualmente in una sorta di rivendicazione esistenziale, fiera e disincantata, allora il senso del tutto si disvela.

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