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7.5

Mi piacerebbe giocare con la parola che dà il titolo a questo nuovo lavoro del producer e musicista di stanza a Roma, Luciano Lamanna (tra le tantissime cose, anche Der Noir, Divus con lo Zu Luca Mai, Balance, ecc.). Sottrazione come diminuzione, come riduzione, come essiccamento, ma anche come crasi di “sottrarre azione”, ridurre al minimo e all’essenziale un suono che prescinde (quasi totalmente: fa eccezione la boutade di Calma Apparente e il suo tribalismo post-digitale ossessivo e ipnotico) dal ritmo, per esaltare la stasi, oscura nell’insieme e flebilmente distopica come senso generale, e la (quasi) immobilità algida di un suono synth-generated che riesce però a essere perfettamente in equilibrio con un cromatismo minimale. Apparente paradosso, essendo Lamanna molto attivo sul fronte della techno più oscura e meno regolare della scena (non solo) romana, ma coerente con la scelta stilistica e – perché no? – filosofica che sta dietro questo album.

Ecco così che si mischiano e stratificano hauntologie varie e mood synth-cinematografico virato al monocromo, discrasie elettroniche algide e cerebrali, sottrazioni (appunto) in chiave minimal(synth) che si fanno stentorea descrizione di futuri ucronici, accartocciamenti post-glitch a far da sfondo a melanconie distopiche, fino all’apoteosi finale di Futuro Domani, excursus alieno dentro e fuori di sé alla ricerca di una visione del domani. Un disco, si sarà capito, che è un manuale di ciò che sappiamo potrà essere il mondo intorno a noi, o che forse già è, descritto con lucida visionarietà da Lamanna attraverso un cromatismo ben rappresentato dalla copertina di Giandomenico Carpentieri di Yard Press, non consono a tali “geografie”; eppure, come accade con la chitarra floydiana di Mai Più Come Prima inserita in panorami post-bladerunneriani, rendendocela coerente, equilibrata, necessaria. Gli ispiratori Phillip K. Dick e Carpenter, Gibson e Voivonich si sentiranno onorati di essere stati descritti in musica in tale maniera.

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