Recensioni

Torna Lowlow con In prima persona, nuovo album che ancora una volta certifica dubbi e certezze della sua proposta. Da una parte apprezziamo e ringraziamo per la scaletta a misura d’uomo e non duomo, e la sua penna si attesta sempre su un livello qualitativo di gran lunga superiore alla media di quel che passa in radio. Si confermano però anche l’attestazione su lidi comunque molto limitrofi al mainstream, l’eccessiva derivatività – non riusciamo a toglierci l’impressione di stare ascoltando un Rancore minore – e la scarsa efficacia di ritornelli poco incisivi.
Abbondano al solito le citazioni hipster il giusto, a sbandierare la cultura di una penna che da sempre si autocompiace con abbondanza, da Arancia Meccanica a Foster-Wallace passando per il solito Lars Von Trier. Per il resto la scrittura di Lowlow dà il suo meglio quando si lancia a capofitto in storytelling amorosi di incontri fugaci (Fino a che non ti odierò), e il suo peggio in qualche scivolone dove l’eleganza viene un po’ lasciata in cantina: «asciutta come una suora», veramente?
Capitolo produzioni: anche qui alcune cose bene, altre meno. La tavolozza è abbastanza varia, spaziando da qualche chitarra d’impronta più rockista (malino i coretti nel ritornello) a una buona ballata r&b in combutta con la garanzia Ghemon (Fino a che non ti odierò). Altrove puccia volentieri i piedi in lidi tamarri e riusciti (la dance incazzata di Urlo d’aiuto), oppure in Coscienza sporca butta via una discreta strofa electro-funk con un ritornello molto anni ’80 di Briga bruttamente radiofonico. Resta, come detto, un costante retrogusto di già sentito: vedi un pezzo come In terza persona, con il ritornello di SVM che sembra preso da un qualsiasi pezzo di Murubutu con feat. femminile. Male no, per niente. Ma il genio sta da altre parti.
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