Recensioni

6.2

Un disco di Lou Barlow pone sempre delle riflessioni. Non solo sulla qualità della scrittura, sull’autorialità e sull’innesto di essa nella tradizione americana (parliamo di uno in giro dagli anni Ottanta), ma sulle dinamiche che legano o slegano artisti, critica e pubblico. Barlow è uno dei menestrelli chiave di quel macro-genere noto come lo-fi (e questo Brace The Wave ne è l’ennesimo frutto casalingo) e tornare alle caratteristiche del contesto ci pare utile per arrivare ad un’analisi profonda del disco in questione.

Lo-fi non è solo incuria o pochezza di mezzi (figlia del “We jam econo” dei Minutemen, i cui dischi però non suonano mai poco curati), ma anche un sentimento da qualche parte tra pigrizia e poca convinzione nei propri mezzi noto come slackness. Questo contesto è sempre utile per analizzare un disco di Lou Barlow, ma non è forse spesso stato l’unico modo? Quello che vogliamo sostenere qui è che forse sui dischi lo-fi si è sempre esercitata una certa indulgenza, nata forse dalla patina semi-professionale e superficiale che spesso si mangiava la performance dell’artista e la messa a fuoco nei giudizi. Tutto questo, quando in realtà Lou Barlow andrebbe analizzato come autore che utilizza il lo-fi per dire qualcosa, e non come padre del lo-fi che scrive canzoni. Questione di accenti, ecco: se lo-fi è autenticità, l’autenticità non è tutto, nella scrittura. Si può arrivare a parlare agli ascoltatori anche usando il cesello.

E com’è questo Brace The Wave a livello di scrittura? Un lavoro principalmente di acquerelli, ma che a volte regala impennate pop, sempre con uno sguardo al confidenziale/personale, ma senza mai regalare davvero un guizzo decisivo, un brano sopra la media. L’atmosfera generale è quella di una colonna sonora di una serie TV (la bella Wave), il che non è un male o un bene in sé, ma è semplicemente qualcosa di diverso rispetto allo sfascio che erano certi dischi dei Sebadoh o dei Sentridoh, che qui trovano sfogo forse solo in Boundaries. I pezzi sono da qualche parte tra Bright Eyes (Repeat, C + E) e Bill Callahan, senza la logorrea del primo e la profondità dolorosa del secondo.

In sintesi, un album che conferma Lou Barlow come autore altalenante e che, paradossalmente, rende ancora più solida la sua posizione nell’indie americano, forte proprio della sua natura infarcita di paradossi. Un autore cui non si può comunque non voler bene, senza indulgenza.

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