Recensioni

Un po’ di spleen Radiohead, un po’ di solennità Coldplay, un (bel) po’ di pathos Starsailor, qualche vibrazione Verve assortita. L’esordio dei Leya, di recente incoronati da Hot Press la band più promettente d’Irlanda per il 2006, è tutto qui: undici ballate melodrammatiche, servite da una produzione chirurgica, colme di crescendo ad effetto, arrangiamenti carichi e ricchi di parti orchestrali, vocalizzi alla Bono / Buckley (Jeff), fraseggi di tastiera à la Sigur Ròs, con qualche tocco di elettronica qua e là (che non guasta mai). Insomma, un concentrato dell’autoindulgenza “patetica” del brit-pop post-The Bends, con poche variazioni sul tema (a parte la spinta Echo & The Bunnymen di Moving On e gli – evitabilissimi – riffoni semi-hard di The Dream) e una pretenziosità – ingenuità? – di fondo che fa tanto disco di debutto; a onor del vero, la voce del frontman Ciaran Gribbin riesce a tenere insieme la baracca (i singoli In Our Hands e On All My Sundays), peccato che la monotonia della scrittura e l’impianto di fondo non lascino scampo. Con Chris Martin e co. seduti sul trono planetario del pop emotivo, è possibile che a questi ragazzi spetti il destino dei Keane o dei compari nord irlandesi Snow Patrol, in fondo basta solo un spot di successo… a meno che non facciano la fine dei JJ72 (chi se li ricorda alzi la mano). Comunque sia: anime romantiche, se avete voglia di struggervi in ineluttabili tormenti interiori, fatevi avanti.
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