Recensioni

Lee Ranaldo considera questo album uno dei suoi lavori più sperimentali in assoluto. Detto da lui – che alle sperimentazioni è tutt’altro che nuovo – suona già significativo di per sé. È il quarto disco in cui l’ex chitarrista dei Sonic Youth ha modo di collaborare con Raül Refree – tra questi è compresa anche la recente prova solista di Lee, Electric Trim – ma il primo accreditato a entrambi; album a due che segna così la nascita di un progetto di cui potrebbe anche rappresentare solo il primo capitolo.
È un disco davvero molto sperimentale, anche se forse non nel modo che la parola evoca a una prima lettura… Tanto per cominciare, non c’è molta chitarra elettrica, in Names of North End Women. Nè a livello di riff né delle tanto amate improvvisazioni rumoriste. Come primo input, sulle chitarre che spesso spuntano paradossalmente “a sorpresa”, prevale una rete di ritmi e di trame musicali costruiti con strumenti a percussione, campionamenti, fruscii di vecchi registratori analogici (!), tra collage atonali e spoken word che diventano canzoni cantate con scarti impercettibili, o addirittura detournéments improvvisi. L’ingresso quasi inaspettato della chitarra spagnoleggiante di Words out of the Haze, che fa svoltare tutto il pezzo adagiandolo con brio sulle ali di un elegante motivo melodico, e l’iniziale Alice etc., una ballata folk-blues che comincia e continua come una pièce di elettronica minimal-ambientale, sono esemplari proprio di questa ricerca.
New Brain Trajectory e Humps sembrano seguire traiettorie opposte – una inizia piana e si complica, l’altra da una trama cerebrale libera la melodia più suadente dell’intero lotto (un po’ Beatles e un po’ REM) – ma in un modo e nell’altro complementari al disegno generale: un’idea di avant-pop che gioca sulle interazioni e sulle continuazioni possibili, sugli scarti e sulle variazioni, tra l’astrazione d’avanguardia e la canzone, tra la voce recitata e il canto, tra i suoni di confine e le più plastiche melodie.
Detto delle basi percussive, dove spiccano strumenti come la marimba e il vibrafono tra toni metallici e gentili e pattern di sapore esotico (la title-track sembrerebbe un brano degli Einstürzende Neubauten se non fosse per il sentore afropsichedelico), la vera via maestra rimane quella di una psichedelia mentale e sonora, protagonista assoluta in The Art of Losing, che dalla trance raga-folk è capace di sterzare su beat elettronici ballabili e duri, e della più atmosferica e sognante, finale, At the Forks.
Lavoro assolutamente pregevole, e chissà che non preluda a un seguito a cui possiamo dirci già da ora assolutamente interessati.
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