Recensioni

È sempre una sensazione di estatico stordimento e fascinazione oppiacea quella che si prova ascoltando i Lay Llamas. Qualcosa di lattiginoso e appiccicoso, un blob che esce dalle casse e invade e pervade corpo e sensi di chi ascolta, sopraffatto al punto da lasciarsi andare a un flusso sonoro ipnotico sviluppato lungo le coordinate di una etno-psych tentacolare e pluviale.
Tradotto in soldoni, Hidden Eyes In A Ghost Jungle consta di 10 tracce per una quarantina di minuti e ruota intorno a una sorta di concept legato alle esperienze, fisiche e mentali, che un viaggiatore, persosi in una foresta vergine misteriosa e popolata da creature nascoste, può esperire: dalla ricerca della guarigione (Let Me Heal) alle prove da superare (Golden Snakes On Our Path) o ai luoghi da attraversare (Ancient Caves Are Calling Us) fino all’incontro con entità superiori (Safe And Sound Sailing The Holy River) e alla definitiva fusione/comunione con la foresta stessa (Everything Is Burning Down Slowly).
Stati d’animo e “ambientazioni” differenti come ben suggerito dai titoli delle canzoni, quindi, ma la sensazione generale è quella di una coesione tangibile, percepibile e tattile, come essere avvolti da una perenne nebbiolina di umidità, e al tempo stesso di sentirsi partecipi di una “alterità” evidente, con gli sguardi misteriosi degli ignoti abitanti della foresta e quelli curiosi del viaggiatore che si fondono e confondono in una sorta di “nuova social catena”, per dirla con Leopardi e Volponi.
Nicola Giunta, qui coadiuvato in alcuni pezzi da Gioele Valenti e Joao Branco Kyron, pone un altro tassello sonoro in quel percorso di etno-psichedelia futuribile e dall’alta gradazione visionaria con un album che forse condensa al meglio le varie traiettorie che l’esperienza aperta Lay Llamas ha toccato in un decennio abbondante, ovvero quartomondismo psichedelico e free, hauntology deviante e liminale, krautfrikkettonismo (di quello buono) in deliquio e, ovviamente, quella Italian Occult Psychedelia ormai dimenticata ma viva più che mai: tutto rigorosamente messo a sistema in maniera personale e affascinante. Disco, al solito, bellissimo e destinato, al solito, a rimanere faccenda per pochi.
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