Recensioni

Dopo quattro anni dal precedente Golden Leaf, realizzato in collaborazione con l’artista Alessandro Sciaraffa, gli instancabili Larsen ritornano con un nuovo disco concepito già in piena pandemia. Stiamo parlando di Decalcomania, il loro ventesimo album. Con oltre tre decenni di carriera alle spalle – oltre a numerose collaborazioni con artisti del calibro di Johann Johannsson, Nurse with Wound, Michael Gira, Xiu-Xiu, Jacopo Benassi –, la band torinese continua ad andare avanti nella produzione e nella gestione di flussi creativi che non accennano ad arrestarsi. Nonostante tutto.
Frutto di un parto travagliatissimo, il disco si presenta da subito come una genuina dichiarazione di resistenza tanto alla scelleratezza e alla povertà culturale che ben descrivono questo periodo storico quanto a traumi e a numerose rivoluzioni personali avvenute nel frattempo.
Decalcomania segna un punto di svolta per i Larsen sancendo non solo l’inizio della collaborazione con l’etichetta Erotodox Decodings ma anche la fine del rapporto professionale con il chitarrista Roberto Maria Clemente. Opera spartiacque, il disco rappresenta a pieno la ventata di aria nuova che Fabrizio Modonese Palumbo, Paolo Dellapiana e Marco “il Bue” Schiavo si sono preparati ad accogliere. Prodotto nientemeno che da William Basinski – presente anche in due brani come sassofonista –, mixato da Gary Thomas Wright a Los Angeles e registrato a Torino da Paul Beauchamp, l’LP si compone di cinque tracce spiazzanti che meritano più ascolti per poter immergere a pieno l’ascoltatore in tutta la loro poliedricità.
A dare inizio alle danze, nel vero senso della parola, è This Is Only A Test: una canzone inaspettatamente ritmata che attinge da certe sonorità new wave e post-industriali per esplodere poi in una sorta di ballata spoken word dal sapore notturno e nostalgico; il tutto condito da una serrata stratificazione sonora che ben accompagna l’inquietudine trasmessa dal testo scritto da Little Annie.
Con la successiva The Distress Lounge ci si addentra invece in sonorità più anni ’90, che riportano alla memoria tanto l’elettronica pionieristica dei Future Sound of London quanto le sperimentazioni di The Art of Noise e Nils Petter Molvaer: un brano decisamente più arioso del precedente dove il sax di Basinski si destreggia abilmente tra un campione e l’altro.
Fra chitarre distorte e atmosfere esplicitamente debitrici del cosiddetto Bristol sound (è difficile infatti non pensare a una pietra miliare del trip-hop come Maxinquaye di Tricky) si fa strada l’accattivante The Entanglement che contribuisce al mantenimento di un mood sospeso e rilassato. Una sensazione che si ritrova anche in quello che potrebbe essere considerato il pezzo più “larseniano” di Decalcomania, ovvero Substrata: un dolce dondolio, della durata di 10 minuti, fatto di riverberi, sovrapposizioni e paesaggi onirici che acquistano nitidezza soltanto con gli occhi chiusi. A farci tornare con i piedi per terra è infine la conclusiva POV 20 che, grazie alle percussioni di Schiavo e alla riapparizione di Basinski, riprende in qualche modo il filo di The Distress Lounge restituendo all’intero disco un forte senso di coerenza e completezza.
E così, proprio come una decalcomania, l’album si staglia sulla superficie della nostra memoria per lasciarvi un’impronta destinata a cambiare forma tra dispersioni d’inchiostro e scolorimenti. Lavoro fresco e suggestivo, Decalcomania aggiunge un nuovo e importante tassello nel percorso dei Larsen che, ancora una volta, riescono a cogliere tutta la libertà della metamorfosi, ovvero di quel processo vitale su cui hanno poi costruito la loro personalissima cifra stilistica. Lunga vita ai Larsen.
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