Recensioni

I Larsen, i Larsen. Croce e delizia del panorama alt-rock italico, sineddoche rappresentante potenzialità tarpate da un brulicante business sotterraneo, nonché band oltremodo oscura e dilatata per genere e cadenze discografiche. Tre dischi in otto anni, esclusa la raccolta MUSM (Enterruption, 2004), tutti col botto incorporato (e tuttora inesploso): No Arms, No Legs: Identification Problems (Pdp, 1997), prodotto da Martin Bisi, Rever (Young God, 2002), prodotto da Michael Gira, e – appunto – Play. Il loro genere è impegolato tra (post-)rock da camera, misture elettroniche, fasce sonore drone-cosmiche, regioni dark ambient. L’ultimo arrivato, su Important Records, non solo non fa eccezione, ma anche amplia lo spettro in modo significativo.
Per i torinesi solo sei brani, un capolettera ciascuno per titolo, tutti strumentali. Passato il vaglio dei primi ascolti, rimane subito stampata in testa l’attacco glaciale e la sordina tibetana per strumenti a corda e folate primordiali d’elettronica di E, oppure l’unisono di G per chitarra morriconiana, fisarmonica e vibrazioni electro, intensificato dalla batteria sincopata. Via via, però, si fanno largo anche gli anfratti di glitch e vibrafono rimasterizzato di J, e l’adagio quasi-Albinoni di S, con nuovi duetti fisarmonica-chitarra, baroccheggiante anche nei soffi freddissimi dell’elettronica.
Apertura e chiusura, C e P, sono piccoli miracoli di enigmi in musica, inesorabili processioni dotate di subliminali contrappunti, contorsioni orrorifiche degli archi, rielaborazioni sul suono (vagamente rumoriste), ispessimenti, sibili, indefinite zone atonali. P, in particolare, avanza anche la pretesa di condurre l’ascoltatore verso la decompressione, verso quell’inquietudine sottile, quella particolare rielaborazione percettiva del post-ascolto. Provare per credere.
Liberamente tratto da spunti Autechre-iani, non indifferente il loro tacito contributo in tessiture e dinamiche, Play fa piazza pulita di ricerche strumentali frigide di sorta, proponendone una versione egualmente ripartita tra onirismo arcaico (causa) e incalzanti spinte noir (effetto). Il violoncello di Julie Kent e il violino di Matt Howden – entrambi ospiti speciali per questo disco – sono armi letali, in questo senso. A una chitarra smunta e oscura (Roberto Clemente) spetta il compito di faro armonico. I pregevoli veli di fisarmonica e di elettronica sono invece di Paolo Della Piana, torinese d’origine e jolly della band fin gli esordi, anche alle prese con il progetto solista elettronico MannyPol.
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