Recensioni

Terza prova per i Lali Puna, uno dei progetti collaterali dell’iperattivo Markus Acher, coccolato in passato da SA per l’indubbia capacità di mantenere alto il livello creativo e per quel caratteristico approccio musicale dalle teutoniche reminiscenze (Tied & Tickled Trio, Notwist). Anticipato dal buon Ep Left Handed (2003), forte dell’appeal fuzzy e dreamy dell’ottimo singolo omonimo, Faking the Books porta il terzetto a una forma canzone lontana oramai dal glitch, tangente rispetto a certo pop anni ’80 e ’90. Tracce synth human/non human à la Philip Oakey, ritmiche sognanti nell’area dreamy di My Bloody Valentine/Slowdive e qualche piccola postilla di punk ballabile berlinese (Blondie) sono preziosi elementi che fluiscono in una sintesi accattivante dal tipico flair caramelloso/asettico dei Notwist (anzi per molti versi indistinguibile da esso), modus operandi oramai caratteristico di un “Acher-pop” in grado di teletrasportare Can, Cluster e Neu! in una dimensione spaziale e sognante, slegata dunque dagli umori del sociale odierno o forse denunciandone l’imperscrutabilità. Indolenzito però mai triste, opalino però mai cupo, talora glaciale però mai disumano, lo stile dei Lali Puna procede definendo strutture godibili e finanche godibilissime, rifiutando però – direi costituzionalmente – i livelli d’urgenza raggiunti da cotanti modelli.
Una musica per la musica dunque, di circuiti digitali addomesticati e di ricerca di suoni e suggestioni vocali da pillow of dreams, ricca altresì di quel quid ambiguo e pensoso che le conferisce un tocco originale. Si ascolti il synth pop di Call 1-800-FEAR, con ritornello arrangiato à la Stereolab e bridge cantato con quelle tipiche intonazioni mittel (di chi l’inglese lo mastica il giusto e che il sangue teutonico non vuol nascondere); Left Handed, che sventaglia corde radenti come una reminiscenza dei tardi Police; Micronomic, che attacca con quella melodia di manchesteriana memoria; e poi B-Movie, con le chitarre che mimano il punk strokesiano e quel sinuoso cantato/parlato che sfocia nelle implosioni di fuzz per distorsore (simile in questo alla radioheadiana Myxomatosis); e infine Grin and Bear, in pratica la specialità della casa, ovvero come tenere per mano Kraftwerk ed Air tra inquiete evanescenze wave.
Un sound dall’accessibile scorza dream pop che nasconde altresì una molteplicità di sfumature e che ben si presta agli stacchi di batteria distorta di Christoph Brander nonché ai calibrati innesti magmatici e alle chitarre appuntite di Markus Acher, il tutto pensato per orbitare attorno alla bella voce di Valerie Trebeljahr, musa mitteleuropea del nu pop tedesco e marchio di fabbrica di un pop digitale lontano dalle macchine e dai meccanismi, riflesso di una società dove la chimica della vita si innesta nella matrice digitale. E comunque proprio in questa accortezza sonora, il suo definirsi al massimo delle proprie possibilità, smerigliando i suoni e sintonizzandosi su frequenze più nitide, il disco si compie totalmente, disinnescando nella culla qualsivoglia tentazione di "nuovo", anzi dribblandone brillantemente la necessità.
Come dire, offre al massimo ciò che promette, garantendo motivo di sollazzo per numerosi ascolti. Per tutto ciò è altresì incapace di lasciare un’impronta forte e, anche al suo meglio (e una Geography 5 o una Alienation – con i loro palpiti cibernetici, lo scalpiccio ritmico e l’evanescenza tiepida dei synth – sono indubbiamente un bell’ascoltare), sembra muzak intercettata en passant, mentre il mondo scorre dietro ad un finestrino, quando il cuore è qualcosa di troppo forte da ascoltare/affrontare. Sospesi sulla soglia della grandezza, egregi facitori di quotidiani incanti, i Lali Puna sono electro-pop “de chevet”: da tenere sempre a portata di mano, buoni per ogni stagione/stato d’animo, accoratamente – e accuratamente – innocui.
Amazon
