Recensioni

Qual è, o meglio, quale dovrebbe essere il ruolo di un museo all’interno di un processo educativo? Contenere bellezza e conoscenza, conservarla, comunicarla, esporla per educazione e diletto? Pare proprio che a Prato, il Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci riesca a tradurre questo virtuoso modus operandi anche nel campo della musica, offrendo lo spazio esterno dell’anfiteatro per serate in cui il luogo sacro delle muse si veste di suoni e ospita musicisti di livello internazionale. In occasione del Trentennale delle attività, il Centro Pecci ha potuto ospitare la rassegna Pecci Summer Live raccogliendo la vocazione alla trasversalità dei generi, al multiculturalismo e una particolare sensibilità rivolta al panorama musicale contemporaneo che da sempre caratterizza la vita del museo. Da Mulatu Astatke ai Calexico passando per il nostro Iosonouncane, il Pecci ha visto questa sera l’arrivo dei The Veils, band capitanata da Finn Andrews.

Un’organizzazione perfetta e non priva di gentilezze, porta a iniziare puntualissimi, ore 21.30, con l’apertura affidata ai Dust & The Dukes, trio rock-blues fiorentino con un ep all’attivo. I tre incasellano ben otto pezzi, dritti uno dietro l’altro, in cui chitarra, batteria, voce e tastiere si mescolano con un gusto roots rock di stampo smaccatamente USA. Una buona energia che pesca fra blues, country e vibrazioni desertiche senza scadere nella banalità. Le luci si spengono per qualche minuto, il tempo di un cambio palco, e cullati dalle note di Albert King, Van Morrison e Prince ci prepariamo ad accogliere la band dei chiaroscuri violenti.

Quando uscì, nell’agosto di due anni fa, il quinto album dei Veils scosse le acque di una scena indie rock oltreoceano abbastanza sonnacchiosa e ritorta su se stessa. Quel Total Depravity, arrivato a tre anni di distanza dal dinamismo denso di Time Stays, We Go, catturò immediatamente attenzioni e critiche entusiastiche da parte di esperti e fan della prima ora, su tutti un David Lynch che, oltre ad aver collaborato alla realizzazione del disco, prodigo di consigli discografici, ha voluto la band in un episodio del nuovo Twin Peaks. Nel sentirlo dal vivo, oggi, quel disco appare forse ancora più feroce e rapsodico di quanto potesse sembrare due anni fa. Ha pasturato una bile armoniosa, fatta di palcoscenici mondiali e scalette studiate a puntino, fino a trovare la perfetta angolazione per la sua ondivaga danza, un contorcersi frenetico ma mai buttato in pasto al caso, che Finn Andrews ha saputo ottimizzare sotto ogni aspetto, vocale, scenico, strumentale. I suoi Veils si muovono argentei in mezzo all’aria museale dell’anfiteatro Pecci, come elegantissimi colossi ellenici in grado di sondare il pulviscolo sonico di una serata dalle tonalità contrastanti, in balia di un dissonante devil e di un lucente Lord.

L’attacco affidato ai ritmi vodoo noir di Here Comes The Dead riesce ad azionare sin da un subito un processo quasi violento su quell’impianto sonoro alt-rock di stampo brit, un po’ malinconico e post-adolescenziale della band che fu, per incenerirlo e inchiodarlo con imprecazioni e movimenti nevrotici a un nuovo inferno privato, quello della cupa irrequietezza di Total Depravity, il disco della maturità, la dimostrazione che Andrews, classe 1983, scrive e compone come pochi della sua generazione. La successiva Axolotl, che vede il leader altissimo avanzare sul proscenio, è tutta beat sinistri, chitarre sporche e synth striscianti; un coro in ascesa, l’ossesso di un corpo che si dimena e la voce stratificata pronta a redarguire come un preacher man di strada indemoniato il proprio pubblico. La fluidità, pulsante e sincera, con cui si passa dall’epicità notturna di Do your Bones Glow at Night? al gotico blues-rock di Low Lays the Devil regala anche momenti di pura mimica facciale, con un Finn Andrews che gesticola tantissimo, disegnando nell’aria i versi cantati, un po’ maudit, un po’ santone.

Con la voce quasi rotta si compie la magia di un’elegiaca Swimming With The Crocodiles, perfetto tappeto di chitarre alt-rock per i fumi dell’ormai storica Nux Vomica. Finn porta le mani al volto per coprirsi gli occhi mentre continua a bramare una spossatezza religiosa che fa capitombolare House Of Spirits in mezzo alla spasmodica bellezza della sua allettante circolarità. La fluidità tra Andrews, Burn, Dietz, Rapisardi e Raishbrook è perfetta; l’intensità emotiva con cui suonano lascia addosso un qualcosa di estenuante: dall’uso furioso della chitarra compiuto da Andrews quasi in contrasto al tepore lunare portato dalla pedal steel di Raishbrook, alla danza di Rapisardi su synth, organi e tastiere, passando per l’equilibratissima e svizzera sezione ritmica di Burn e Dietz. Completamente soddisfatti, completamente estasiati, ci è praticamente impossibile distogliere lo sguardo dai cinque musicisti.

In successione arrivano poi The Pearl, Total Depravity, Iodine & Iron, Not Yet e King Of Chrome: il controllo vocale di Andrews si dimostra superlativo così come quel modo asciutto e impacciato di ringraziare il pubblico e spiegare che non suonano da un bel po’ di tempo, quasi un celato modo di giustificare eventuali errori che non arriveranno. L’uscita di scena della band è solo l’anticamera del momento forse più emozionante dell’intera serata, un altare laico in cui Finn Andrews torna da solo imbracciando la chitarra per cantare alcuni brani del primo disco. Dalla straziante The Tide That Left And Never Came Back alla magnificenza di Wild Son (quando canta Blessed’s the night si è come portati a condividere quella grazia rara di una notte particolare) si arriva – un po’ a sorpresa – a Lavinia, e quell’amore primigenio pare quasi che stasera sia lì, davanti ai suoi occhi, tanta è la delicatezza mista a incendiaria gratitudine con la quale canta «I’ve her name in mine / And it’s calling all the time». Si percepisce l’inizio dell’atto finale e una fetta di pubblico scende dai gradini per conquistare il proscenio mentre il country-folk di Calliope! scalda uno squarcio di luce che arriva come un sorriso dopo un immenso dolore. La folla là sotto cresce e Jesus For The Jugular si ridimostra uno dei pezzi più potenti e sapientemente costruiti degli ultimi decenni. Una performance rovente in cui il rock romantico e rinascimentale, le chitarre distorte e i synth inebrianti poggiano sicuri su testi che nessuno sa scrivere così maledettamente bene.

Quello compiuto dai Veils è un sortilegio, che stilla bellezza, che genera pudore, che arresta la vertiginosa depravazione, in quell’ebrezza piena delle notti d’estate, che uniscono e separano. In un mondo laico, dove l’arte spesso sostituisce la religione come metro di paragone della nostra devozione, capita anche di vivere i musei come le nuove chiese dell’oggi.  Ma l’armonia irrequieta che si è celebrata al Pecci questa notte ha da render grazie tanto al Signore quanto al Maligno, in quel continuo e fascinoso fluttuare di un velo tra luce e tenebra.

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