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Nel settembre del 1974 i giornali musicali inglesi strillavano che i King Crimson, parole esatte del Gran Moghul Robert Fripp, avevano «cessato di esistere». Come sontuoso sarcofago che avrebbe raccolto il cadavere ancora caldo, Red sarebbe stato pubblicato un mese dopo, e la messa finale di saluto, il secondo disco dal vivo della band intitolato USA e uscito poco più di sei mesi dopo, avrebbe sancito la fine di ogni velleità di Bill Bruford e John Wetton, fattisi carico di un disperato tentativo di rianimazione del paziente in extremis, con l’ausilio di un demiurgo come Ian McDonald. Troppo tardi.

La decisione di porre fine ai Crimson ha alla base due cause principali: la prima, Fripp non è più in sintonia con i suoi compagni, Wetton in particolare, che vorrebbe portare la band a sfondare a livello di popolarità; la seconda è l’epifania che si para di fronte al chitarrista quando scopre il lavoro di J. G. Bennett, scrittore inglese e devoto del controverso guru armeno G. I. Gurdjieff. «Quando nel luglio del 1974 scoprii Bennett, la cima della mia testa volò via. Sapevo che dovevo recarmi alla International Academy For Continuous Education di Sherborne», racconta il musicista. E così fece. Alla fine del soggiorno, diversi mesi di duro lavoro su sé stesso sia dal punto di vista fisico sia da quello psicologico, Fripp è esattamente un altro: niente progetti a largo respiro, anche l’immagine è agli antipodi dell’eccentrico rock. Si fa fotografare in giacca, capelli cortissimi, ben rasato e curato. Rientra nel mondo della musica in punta di piedi: aiuta Gabriel nell’esordio, poi gli produce il secondo disco, che insieme al suo Exposure e a Sacred Songs di Daryl Hall avrebbe dovuto rappresentare una trilogia rimasta incompiuta poiché la label del cantante americano blocca il progetto perché ritenuto un suicidio commerciale.

Piano piano Fripp esce dal guscio e ritrova la verve, per riappacificarsi col mondo della musica. La prospettiva è però del tutto diversa da quando aveva lasciato: il prog rock non lo interessa più. Anzi lo sguardo si offusca quando viene accomunato a Yes, Genesis e compagnia cantante. Lascia il segno in modo indelebile su “Heroes” di Bowie, che in tal modo rimarrà per sempre nella storia del rock, e prende casa a New York, dove si cala perfettamente nella nuova eccitante scena new-wave/post-punk, tanto come spettatore quanto come comprimario di culto. Registra e si esibisce con Blondie e Talking Heads – che influiranno sui futuri KC –, produce le sorelle Roches, collabora ancora con Bowie e Gabriel (Scary Monsters e III), incide God Save the Queen/Under Heavy Manners coinvolgendo David Byrne (alla voce), ma soprattutto raggiunge la definitiva fase di personale ripulitura dalle scorie del gigantismo progressive (anche se i Crimson in realtà non sono mai stati colti da tali aspirazioni): una specie di ricambio del sangue a base della sua nuova formula privata & vincente, per un futuro che solo le «small, mobile, independent and intelligent units» saranno in grado di affrontare con successo.

In una intervista rilasciata a Melody Maker del 5 ottobre 1974, Fripp svela al giornalista Robert Partridge che tra il 1990 e 1999 ci saranno sconvolgimenti tali che potrebbero portare al collasso della civiltà così come la conosciamo, «un periodo di devastazione che potrebbe durare fino a 300 anni». Una profezia da ridere, allora. Ma se guardiamo all’attuale situazione, forse Fripp e chi gli aveva messo la pulce nell’orecchio avevano ragione. Forse quel 1990-99 è stato semplicemente posticipato al 2020-29. I segnali ci sono. Vedremo.

Fripp all’inizio degli anni ’80 si gestisce così, Frippertronics in solitaria in ogni angolo della capitale statunitense, dal negozio di dischi alla hall del Mall dove si fa vedere con chitarra e registratore – e nulla gli dà fastidio, figuriamoci chi scatta una foto – e in gruppo, nello specifico The League Of Gentlemen, agile quartetto dalla fisionomia new-wave col quale inanella 77 date tra Europa e Nord America per promuovere il disco omonimo, a suo nome però, pubblicato nel febbraio 1981. Forse, come dice il vecchio proverbio, la fame vien mangiando. E Fripp, che ha ripreso a masticare date su date, ad assimilare il senso delle gerarchie che necessariamente vigono all’interno di qualunque progetto, prende a riassaporare la necessità di un banchetto più ricco. Barry Andrews, Sara Lee, Jonny Toobad, Kevin Wilkinson, con tutto il rispetto, sono buoni compagni per una merenda. Il cosiddetto bel gioco che dura poco.

Da lì Fripp inizia a pensare che è giunto il momento di passare dalla League Of Gentlemen – «second-division touring new wave instrumental dance band» – a una band da Premiere League. In fin dei conti per arrivare al 1990, quando tutto andrà a schifio secondo catastrofiche previsioni, manca quasi un decennio. Che a bassi regimi rischia di diventare davvero lungo. Meglio accelerare e godersela da una prospettiva migliore: “chi vuol esser lieto, sia”, poetava Lorenzo de’ Medici. Deciso a dare vita a un piano di rilievo, artisticamente e commercialmente, l’ex-leader dei Crim non ha però intenzione di rimangiarsi la parola e riesumare il cadavere eccellente. La nostalgia non è un sentimento contemplato da mr. Fripp. Considerato ancora un compagno affidabile, Bruford è il primo a rispondere “presente” alla chiamata. Insieme i due volano a New York alla ricerca di un bassista, che dopo alcune audizioni diventa – come poteva essere diversamente? – Tony Levin, che il chitarrista conosceva dai tempi delle prime registrazioni con Gabriel. Manca il quarto elemento. Un cantante, ma soprattutto e contro ogni previsione, un chitarrista: perché, come aveva dichiarato a suo tempo Ian McDonald, «se nella tua band c’è Fripp non puoi suonare la chitarra». Il cantante e chitarrista, che si occuperà anche dei testi, è Adrian Belew, che all’epoca della proposta è in tour con i Talking Heads, e qui il cerchio – considerate l’eco che porterà all’interno del suono dei nuovi KC – si chiude.

Fripp: «Vidi Ade per la prima volta insieme a Bowie, al Madison Square Garden per il tour di ‘Heroes’, a cui non partecipai (ma quella data mi fu proposta), e ci incontrammo quando si recò con David Bowie a vedere Steve Reich al Bottom Line (un club di NYC), dove io mi trovavo per conto mio. Si presentò e ci mettemmo d’accordo per bere un tè insieme». Fripp è guardingo sull’uso della storica sigla che aveva assicurato non sarebbe mai più stata. Battezza invece la formazione Discipline, che descrive perfettamente lo stato psichico raggiunto dal musicista. E senza ombra di dubbio quello che intende ottenere dai compagni.

Musica come disciplina. Disciplina alla base di qualunque risultato si voglia ottenere. Niente droga, niente alcol, niente chiacchiere. Disciplina. Dopo avere preso sede in Inghilterra e lavorato per immagazzinare musica e sintonia di gruppo, i Discipline debuttano dal vivo il 30 aprile 1981 al Moles Club di Bath, ma riprendono a essere i King Crimson proprio dal Moles Club, pochi mesi dopo, esattamente il 5 ottobre 1981, quando dopo una pausa estiva riprende il tour europeo che alla fine dello stesso mese porterà la band prima in Canada e poi negli States. A questo punto col disco nei negozi dal 22 settembre. Dopo una serie di session a Guildford, nella casa di Bruford, i Discipline/KC si rifugiano nel Dorset, in un padiglione da caccia del 13° secolo che fa parte della tenuta di Kingstone Lacey, Badbury Rings, nei pressi di Wimborne. Ricorda Fripp: «Si tratta forse del più antico edificio destinato ad abitazione del Regno Unito. I muri sono spessi tre piedi. Provavamo nel salotto e in cucina si sentiva poco o niente. Quel posto è importante perché è là, dal nulla, che The Sheltering Sky apparve come improvvisazione».

The Sheltering Sky è una delle prime tracce compiute della nuova formazione. Il titolo si riferisce chiaramente al romanzo omonimo dello scrittore americano Paul Bowles pubblicato nel 1949 e portato sul grande schermo da Bernardo Bertolucci nel 1990 col titolo di Il tè nel deserto, con John Malkovich e Debra Winger nei panni dei protagonisti, e all’interno del quale lo stesso Bowles fa un’apparizione. La vicenda del libro si colloca nel deserto che circonda Tangeri, sulla costa nordafricana, ma documenta anche il deserto interiore dei due protagonisti, Port e Kit. Che sia stata la natura della musica a richiamare il titolo – sappiamo che Fripp è un avido lettore – o che viceversa il romanzo abbia ispirato la band, l’atmosfera del brano è aderente a quanto evoca il lavoro di Bowles. Accenti obliquamente etnici – effetti che Fripp anticipa rispetto a ciò che farà di lì a poco con David Sylvian – diluiti in una calma, oscillante, semplicità che aborrisce i mal sopportati personalismi. L’impalpabile solidità del deserto che ti scivola tra le dita, granello dopo granello, imprendibile. Il brano scorre così, lento e contemporaneamente senza tempo. New-wave, post-rock, world, in una ipnotica visione dai suoni ancestrali. The Sheltering Sky è il brano più lungo del disco e trova posto come traccia mediana del lato B. L’onore di introdurre il nuovo corso dei redivivi Crimson è però tutto di Levin, che con una insistita magia di stick sgombra la strada da ogni detrito per la più veloce delle fughe in avanti: Elephant Talk giura che gli attuali KC hanno i piedi ben piantati nel 1981, e sul veicolo che usano per spostarsi non hanno montato specchietti retrovisori. Si guardano attorno, non sono stupidi, non certo indietro. E profumano di new-wave quanto i Talking Heads che sono all’apice; Adrian Belew a declamare una sequela di parole in libertà pare fornitagli da Fripp, e a mettere in atto anti-ortodossia chitarristica: il barrito dell’elefante ottenuto grazie alla combinazione del suono della pedaliera di un Big Muff e di un flanger. Bruford più alla rincorsa di Stewart Copeland di The Rhythmatist che di sé stesso coi Crimson della precedente incarnazione. Fripp al suo posto senza scardinare spazi esigui.

Sin dal primo brano le basi sono poste, sorprendenti: il mix anglo-americano offre frutti succosi e imprevedibili come il carezzevole country & western di Matte Kudasai (che esce come singolo e ottiene una discreta programmazione radiofonica), e all’opposto un Thela Hun Ginjeet in piena trance-dance-wave, tutta effetti soverchianti, voci distorte, discorsi spezzettati, messaggi accennati o forse il nulla. Un nulla pienissimo. La geometrica frenesia di Frame By Frame, quella dei giochi di ipnosi in fingerpicking tanto amati da Fripp, che nonostante la diabolica trama non intaccano la melodiosa verve vocale di un superbo Belew, e la feroce essenza sonica di Indiscipline, l’unica pozza nella quale possono specchiarsi e riconoscersi in translucida opacità i nostalgici di Red. L’unico brano, anche, nel quale a Bruford, cui Fripp aveva imposto una serie di divieti tipo «se hai un’idea non suonarla», viene tolto il guinzaglio. Le parole della canzone sono tratte da una lettera della futura moglie di Belew alla reazione del chitarrista a una scultura della stessa. L’ultima frase, urlata da Adrian, è «I like it». Che si addice alla qualità del pezzo.

Il finale è riservato a Discipline, il manifesto dei King Crimson anni ’80, non per niente il nome adottato inizialmente da Fripp, Bruford, Levin e Belew, e virato alla certezza dell’antico solo per questioni opportunistiche (Bruford: «Era complicato uscire come Discipline perché i promoter dimezzavano immediatamente il compenso, dato che nessuno conosceva quel nome»). Rifinito a casa di Fripp su un ritmo inventato da Bruford e Jeff Berlin, inizialmente considerato per il posto di bassista, Discipline è il secondo pezzo strumentale del disco: ennesima meraviglia ciclica che fonde tecnica e teoria, minimalismo à la Steve Reich/Philip Glass a derivazioni Gamelan care a Fripp già dai tempi di Larks Tongues In Aspic. Quello che in poche parole, anzi senza, si può definire il perno sonoro-concettuale sul quale ruoteranno i King Crimson futuri prossimi. Che non saranno mai più briosi e temerari come in questo caso.

Discipline è l’inizio di un viaggio a contachilometri azzerato carico di aspettative soddisfatte e futuri sviluppi che per adesso, nel 1981, sembrano ancora garantire lunga e prospera vita a una band che pare non morire mai. Che soprattutto non vuole deludere mai. A partire da sé.

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