Recensioni

Newyorkese talentuosa, Kelly Moran si fa notare nel giro della contemporanea sofisticata della Grande Mela suonando con lo sperimentale Charlie Looker Ensemble e per la lunga frequentazione di Margaret Leng-Tan, collaboratrice degli ultimi anni di John Cage. Ma accanto a queste frequentazioni dall’imprinting classico, non ha disdegnato l’avant-rock dei Voice Coils o la no wave di altre band locali. Ma è la collaborazione con Oneothrix Point Never che le ha davvero puntato addosso i fari dell’interesse al di fuori degli addetti ai lavori e che la fa accasare presso Warp Records.
Non che Kelly Moran non avesse prodotto in solo, a cominciare da un Bloodroot dello scorso 2017 che andrebbe recuperato, ma qui c’è più maturità. O, meglio, crediamo, consapevolezza dei propri mezzi. Il disco si apre con una doppietta minimalista per piano preparato ed effettame vario sostenuto da bordoni sintetici, che va sotto il nome di Autowave e l’apripista Helix: sembra di stare dalle parti di un Escapement di Poppy Ackroyd, già membro di quegli Hidden Orchestra che hanno spesso cercato di far collimare classica contemporanea con ambient ed elettronica gentile.
Il sound di un’etichetta come Denovali sembra davvero calzare, per esempio, per Water Music, con quel suo incedere delicato ma, al contempo, straniante e disturbante, dove in maniera leggera esce la passione per il black metal che la Moran dichiara nelle note stampa. La lunga Nereid suona tra carillon e gamelan delle corde pizzicate, mentre In Parallel l’andamento da passeggiata nel bosco – una delle ispirazioni del disco – è più evidente che altrove, con il suo farsi brumoso via synth. In Halogen, invece, più che altrove emerge un pianismo classico che riannoda con il recente passato di Bloodroot, aggiornandolo però in quanto a sicurezza e padronanza. Chiudono i tre minuti scarsi di Radian, come di una inquietudine vaga e improvvisa che ti prende prima di congedarti, sulla porta. Eppure sai che tornerai a frequentare questi brani, per la texture omogenea, da compositrice di razza, che vi ha impresso l’autrice, e per il fascino di mondo che sconfina spesso in diversi territori, senza mai perdere la propria idea centrale.
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