Recensioni

Arrivata al quarto album in sette anni di attività discografica, Kelly Lee Owens ha saputo circondarsi di ottimi collaboratori per cesellare una proposta che fin dagli esordi unisce elfico dream pop a un pulsante tappeto da dancefloor. Nell’omonimo esordio i contorni erano anche intrigantemente arty (vedi la presenza di Jenny Hval) con l’artista gallese a muoversi curiosa all’interno dei confini di un artigianale mondo post-techno, una new age anche (ma non necessariamente) ballabile fatta di mattoncini lego.
Tre anni più tardi, con Inner Song, il lato ballabile si aggiorna su una proposta electro-trance che sa quasi di revival – la prima Border Community di James Holden ma anche da Jon Hopkins – mentre sul lato squisitamente canoro l’ospite John Cale mette la voce su una non certo memorabile Corner of My Sky. L’ex Velvet Underground non è il solo ad apprezzare l’artista gallese che, nel frattempo, ha conquistato endorsement importanti e un’accoglienza di riguardo anche da parte di stampa e trendsetter. St.Vincent e Björk spendono belle parole per lei, un interesse che a questo punto pare sproporzionato rispetto alle sue reali capacità e talento. Per gli ortodossi della club culture, Kelly Lee Owens è una turista di queste sonorità ma il suo non è mai stato un percorso assimilabile a quello di James Holden o Shackleton, producer illuminati partiti dalla pista da ballo per trascenderla bensì a quello dei Radiohead, progetti che inglobano fascinazioni esterne al loro perimetro per finalità concettuali e artistiche.
Va in questa direzione la scelta, in pieno lockdown, di incidere il terzo album, LP.8, a Oslo a stretto contatto con Lasse Marhaug, già al lavoro con band che non potrebbero essere più distanti dalla sua visione come i Sunn O))). Il risultato è un’elettronica scheletrica, in bianco e nero, fondata sulla ripetizione e sulla distorsione, come una Enya prodotta da Mica Levi sul set di Under the Skin. Una parentesi senz’altro affascinante, incompiuta, che aveva il pregio di riportarla alla libertà creativa dell’esordio, presupposto che Dreamstate scalza completamente.
Assoldati, Tom Rowlands dei Chemical Brothers, totem del big beat e dell’electro, e Andrew Ferguson e Matthew McBriar, ovvero i Bicep, che sempre sul continuum UK hanno costruito la loro fama, il disco si riallaccia a Inner Sound e già dal titolo è chiaro dove punterà, su un altro splendido anacronismo da dancefloor, la trance. Trance che per ondate, dai festival al generalismo dance, non se n’è mai andata e che nei solchi dell’artista gallese diventa materia olistica sulla quale cantare come farebbe una vocalist accanto al dj.
Perché questo è Dreamstate, non un disco che parla di tarocchi e connessione con gli spiriti, ma un lavoro pop trance di pronto consumo con le sue hit da pista grande (Love You Got), tra soffuse tensioni, crescendo adrenalinici e inevitabili drop, magnetico quanto lo è lo sfondo col tramonto nel deserto sui vostri computer ma senz’altro funzionale al suo scopo. Time To è l’unico brano ad assumere i contorni della canzone, mentre Trust and Desire è una folk song con tanto di archi slegata dal contesto. Niente che sposti il giudizio di un’opera che va valuta all’interno di questo contesto.
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