Recensioni

Difficile da mettere a fuoco e per natura sfuggente, Keaton Henson è artista introverso, poeta umbratile, personaggio lontano anni luce (almeno fino a ieri l’altro) dall’era dell’iper-stream e dall’inesorabile necessità dell’essere presente qui ed ora; fedele ad un’idea di fare musica e ad un’espressività riconoscibile e tarata su tinte fosche, estremamente emotive.
Il 2022 ha però portato con sé nuove consapevolezze per il musicista inglese, tornato a far sentire la propria voce – a distanza di due anni da Monument e a due dall’intensa colonna sonora firmata per il film drammatico Supernova – attraverso l’EP Keaton’s Party Playlist in cui l’artista ha raccolto cover di musica pop, che spaziano da Taylor Swift a Boys II Men, da lui selezionate e reinterpretate proprio in occasione dell’apertura del proprio canale TikTok.
Segno di tempi che cambiano e che impongono nuove necessità o semplicemente la voglia di sparigliare un po’ le carte in tavola, strizzare l’occhio a nuove formule espressive e magari, perché no, scrollarsi un po’ di dosso ansie e depressioni mai latenti. L’Ep ci riesce solo in parte e, pur pescando da un repertorio variegato, si accartoccia come foglie sulla brace nell’ingombrante intensità cinerea di Henson.
House Party, il nuovo album, fiorisce da premesse e promesse mantenute solo a metà: quella leggerezza desiderata somiglia sempre ad un traguardo irraggiungibile, un premio non dovuto. Il nostro ci prova davvero: è in posa in abito rosa confetto, su uno sfondo mai così colorato e arricchito dalle immagini dell’album disegnate da Tristan Pigott, ma con uno sguardo rivelatorio e che tradisce quanto promesso dal titolo. I brani in scaletta sono lo specchio in cui si riflette il ‘nuovo’ Henson, interprete di una versione parallela di se stesso e per cui la formula pop è soprattutto spunto di riflessione sul ruolo dell’artista tout-court e parabola di quel successo che, una volta raggiunto, è foriero di solitudine e angosce: uno sguardo ottimista sulla depressione, ossimoro che qui pare quasi possibile.
E lì dove i sentieri conducevano a sonorità dalle parti di Elliot Smith, Jeff Buckley e Sufjan Stevens (ottima ed ispirata la prova datata 2016, Kindly Now), ora l’emo-chamber-pop, condito da un sempre raffinato songwriting, di Henson veleggia verso lidi che ricordano espressività in chiave Damien Rice (Late To You, Envy), indolenza à la Belle and Sebastian (I’m not There) e malinconie assortite altezza primo Bon Iver. Suoni che si dilatano, si lanciano in spazi aperti, corali e ben orchestrati, ma che non riescono comunque a sfuggire all’ingombrante personalità del musicista inglese, controfigura di un alter-ego ancora in fase di definizione.
L’House Party di Henson è un non-luogo in cui è impossibile sfuggire alle paure più recondite, anche se mascherate da zuccheroso, straziante e – a tratti – annacquato pop: e se il solitario, alla fine, avesse solo paura della solitudine?
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