Recensioni
Karen Dalton
It's So Hard To Tell Who's Going To Love You The Best
-
Stefano Solventi
- 1 Gennaio 2006

La ragazza perduta del Greenwich Village. O, se preferite, "Hillbilly Holliday", come qualche genialoide la ribattezzò. Lei, Karen Dalton, classe 1938 dall’Oklahoma, raggiunse New York agli albori dei sixties, in tempo per beccarsi tutta intera l’onda del folk revival. C’erano tra gli altri Bob Dylan, Fred Neil, Tim Hardin, Tim Buckley. E c’era lei, da costoro amata come si amano le cose strane che ti mettono in difficoltà il cuore. Lei, Karen, portava sul palco una chitarra acustica a dodici corde, qualche amico e una voce di fiele e miele che in effetti ricorda i sublimi tormenti di Lady Day. Quello che non so – e che per il momento preferisco solo immaginare – è quanto fosse accidentale questa somiglianza.
Quanta volontà nasconda questa imitatio, tanto più straniante per la ricontestualizzazione country-folk che si consuma in questo It’s So Hard To Tell Who’s Going To Love You The Best, oggi ristampato in cd (più DVD omonimo, che merita trattazione a parte), il suo debutto e capolavoro. Prendi l’iniziale A Little Bit Of Rain o la conclusiva Down On The Street, ad esempio: in entrambe, chitarre e basso sono un letto di fiume limaccioso su cui il canto di Karen scivola mescolando sabbia e alcool, con quei repentini incendi di vocali e le consonanti strascicate. Rompendosi senza mai rinunciare a raccogliere i cocci, opponendosi con ostinazione corporea allo sfaldarsi di tutto. E’ qui che, ovviamente, comincia il blues. Come un pianto ingoiato, differito, negato. Quello che ti tiene in vita.
Se c’è un confine tra folk, country e blues, Karen non lo conosceva, oppure se ne fregava. Come l’amico Fred Neil – che firma due pezzi in scaletta – sceglie di muoversi in bilico sul malanimo trasognato e sornione.
Accenna appena la voragine che la rode, è allusiva ed elusiva al punto che a momenti ti sembra fare il verso a qualcosa (ti accorgi con un brivido che quel qualcosa potrebbe essere ciò che la ucciderà – molti anni dopo, per fortuna). Il blues, dunque: nel palpitante cincischìo di It Hurts Me Too, nell’ebbra sottigliezza di Sweet Substitute (pezzone di Jelly Roll Morton, già nel repertorio di Neil), sul punto d’involarsi jazz con diagonale traiettoria Tim Buckley, come nella malinconicissima How Did The Feeling Feel To You (per la penna di Tim Hardin).
Non scriveva, Karen. Interpretava pezzi altrui, senza impossessarsene malgrado la peculiarità dello stile. Perché arrivi a credere che questa sua voce struggente, questo canto che sembra di un’anima sul punto di sfaldarsi e scomparire, sorretta appena dalla gioia di cantare il proprio irreversibile disarmo, non le appartenga davvero. Il rauco gorgoglio dei contorni, gli acuti sfilacciati, i torbidi sdilinquimenti e l’intermittente vibrato – ciò che incanterà gli attuali alfieri del weird folk, Devendra Banhart in testa – sono enfatizzati come a disegnare la caricatura di un volto tristissimo. Per questo c’è come una pellicola tra quello che ascolti e che senti.
Un lavorìo dell’intelligenza che non smette di elaborare le sensazioni, di svelarle dietro l’equivoco, di metterle sul giusto scaffale. Indubbiamente c’è della bellezza nella densità lacera della title track, così come nell’estatica circospezione jazzy di Right, Wrong Or Ready e nella dissoluzione fatalista di Blues On The Ceiling (l’episodio più elettrico in programma). Ma sai che Karen non te la racconta giusta, che gioca a nasconderti il vero stato delle cose recitando una pantomima accorata. Probabilmente lo faceva credendoci, con tutta se stessa. Eppure senti che in queste canzoni prima di tutto Karen si nasconde. E lo fa così bene che non senti più di tanto il bisogno di cercarla.
Per tutto ciò, c’è qualcosa di imponderabilmente giusto nel fatto che oggi venga riscoperta per il suo essere involontario cliché d’una generazione di rampanti archeologi sonori, per di più "alternativi". Un tributo doveroso ma neanche troppo “celebrativo”. Giusto così.
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