Recensioni

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JPEGMAFIA, per gli amichetti Peggy e all’anagrafe Barrington DeVaughn Hendrix, è uno stronzo gigantesco, un liricista mediocre, un fast rapper poco attrezzato. Peggy è però uno dei più geniali, irriverenti e scomodi producer che l’hip hop abbia mai avuto. Uno che a ogni album rischia di prendere e strapazzare la stessa idea di base di fare rap. Uno che, forse per la primissima volta in carriera, ha pubblicato un disco innocuo: un gigantesco contrappeso a una discografia che spesso ha flirtato con la grandezza.

Hendrix guarda dieci anni avanti sin dai tempi di Dreamcast Summer Songs e THE GHOST~POP TAPE o Communist Slow Jams (pubblicati sotto l’alias Devon Hendryx, prima di diventare JPEG), fino al joint album classicone Scaring The Hoes con Danny Brown — un vero e proprio miracolo di rumorismo, collage rap e nevroticismo ingarbugliatissimo — e l’ultimo I Lay My Life Down For You, sontuoso cocktail di strumentazioni live, glitch, hardcore e graffi anti-sistema. Passando per gli amatissimi Veteran, LP! e All My Heroes Are Cornball, che hanno definito un’ampiezza poetica e una lungimiranza nettamente fuori parametro.

Paradossale allora che proprio un disco che si chiama Experimental Rap, quindi spudorata dichiarazione di intenti, sia quello che meno di tutti sembra scomodare lo status quo della doppia h. Ormai Peggy, da buon fan di Kanye West che si rispetti, è vittima dei suoi stessi deliri di onnipotenza, schiaffati in faccia al pubblico online tramite un’intervista per Pigeons and Planes. Chiariamolo: la personalità borderline, schietta e scanzonata del rapper è sempre stata la sua fortuna, tuttavia questa nuova versione è solo una caricatura egoista e ossessionata di quella prima. Nella chiacchierata il rapper ha mandato frecciatine manco troppo velate a Earl Sweatshirt e alle sue derive plugg con Surf Gang (di cui non abbiamo parlato con entusiasmo nemmeno da queste parti), proclamandosi re indiscusso del rap sperimentale.

Si è inoltre definito un vero punk (una debole giustificazione al suo caratteraccio a questo punto), ha difeso la libertà d’espressione e, in qualche modo, ha attribuito a discriminazioni razziste il modo con cui la gente ha trattato le follie psicotiche di Kanye West. In poche parole: quando un ribelle ostenta di esserlo, ribelle non lo è più. E quando un disco si vanta di essere un manifesto, ecco che smette di esserlo. Così è con Peggy, in cui restano sfoghi, pulsioni e lampadine, stavolta completamente svalvolate e senza focus, di uno dei pochi geni reali (termine spesso abusato) che abbiamo al giorno d’oggi nel rap.

L’album, che è frammentato in ben 25 mini-brani (quasi il doppio rispetto a I Lay My Life Down For You, pur avendo i due album circa la stessa durata), si muove tra sampledelia impazzita, glitch, errori digitali (“sembra che sia caduta dell’acqua nel mixer”, ha commentato un utente su Genius), punk rap brutale e trap psicopatica. Tra i frammenti più apprezzabili c’è il singolo portante Baby Girl, che si costruisce attorno a un loop vocale di Tr(n)igger di Saul Williams e procede per battiti bellicosi e bassi distorti; la cacofonica Burning Hammer, un incrocio assolutamente instabile (quindi sublime) tra Prodigy, Death Grips, Rage Against The Machine e l’ultimo Danny Brown; The Ghost of Emmett Till, un altro intruglio di punk rock e paratassi ritmiche che finalmente allude a un sentore di velata rivoluzione. Non ci si ferma di sicuro qui: Bridges on Fire, con Buzzy Lee, è il chiaro segnale del potere sconfinato dell’estetica di Hendrix, con un accostamento assolutamente originale di gospel, vocalità eteree, loop ipnotici e ritmiche sintetiche; War over Land è un altro collage idiosincratico fino al limite massimo, dove ritroviamo una penna in grado di scavare nel contrasto tra guerra e pace: “Praise to Allah, knees on the floor / Prayin’ for peace, I really want war / Why is my mind always focused on war? / Every light ain’t worth discussin’, my Lord / Every light that you meet ain’t a god / Some lights don’t pick up, not a car / Other lights never reachin’ the bar / Some lights ain’t really been touched, like at all”; No Strippers in Heaven, orchestrale, traslucida e, miracolosamente, umana, indica quanti rimpianti dobbiamo avere per non avere tra le mani un altro sacro graal del rap.

Tuttavia Peggy, che come abbiamo detto prima è ormai la parodia del suo stesso sano anti-conformismo, non poteva esimersi dal dedicare a Mr. West prima un testo (“Since I Met Ye I’m dead to you ni**as, that’s why I’m wearing jet black”, afferma fieramente nell’omonima Since I Met Ye), poi un tributo musicale (Lights, stesa sopra le storiche trombe di All of the Lights). Non poteva assolutamente tirarsi indietro dal difendere la propria libertà d’espressione festeggiando l’omicidio di Charlie Kirk sotto la protezione del Primo Emendamento (1st Amendment). Non poteva non chiudere l’album con uno slogan che sembra uscire direttamente da un podcast di frustrati maschi alpha: You will always lose money chasing women, but you will never lose women chasing money. Sconclusionato e insopportabile, bravissimo e multidimensionale, Peggy non si rende conto che non basta essere un provocatore narcisista per prendersi il trono del rap sperimentale. Una branca sconfinata che ha visto passare tra le sue fila De La Soul e A Tribe Called Quest, Company FlowKool Keith MF DOOM, Billy Woods, Dälek e Clipping, Earl Sweatshirt e Injury Reserve, Danny Brown e lo stesso JPEGMAFIA.

Beffa del destino, quindi, che sia proprio un disco con queste premesse e con questo titolo ad allontanarti da un trono che finora poteva anche appartenerti di diritto. Non sei più punk, se dici di esserlo. Punto.

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