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Una vita passata a suonare e solo un album pubblicato da solista prima di questo, Last Of The Country Gentlemen del 2011. È la strana parabola artistica di Josh T. Pearson, iniziata vent’anni fa e piena di collaborazioni, condivisioni di palco (ha all’attivo anche un tour con i Dirty Three di Warren Ellis), apparizioni su dischi altrui, nonché un album dato alle stampe nel 2001 con i suoi Lift To Experience, subito dopo disciolti e tornati insieme nel 2016 oltre che per una serie di date dal vivo, anche per lavorare alla ristampa di quella loro unica prova in studio intitolata The Texas-Jerusalem Crossroads.

Gentiluomo lo è di sicuro, questo texano dagli occhi di ghiaccio e dalle istrioniche movenze. Non tanto in virtù di signorilità e correttezza d’animo, quanto perché osserva fino in fondo e con rigore quasi zen un galateo stilistico autoimposto. Erano cinque i pilastri da rispettare nella stesura di quest’album: tutte le canzoni dovevano avere verso, ritornello e bridge; dovevano contenere la parola “straight” nel titolo; il titolo doveva essere formato al massimo da quattro parole; il testo lungo al massimo sedici righe; era necessario sottomettersi alla canzone. E se a prima vista possono sembrare limitazioni, la “manita” di regole auree ha dato a Pearson estrema libertà di movimento e paradossalmente lo ha liberato di parecchie zavorre stilistiche nel concepire un lavoro che, non a caso, è stato scritto e registrato in soli tre giorni ed è più solare e gioioso rispetto al materiale precedente («Negli ultimi anni ho imparato a ballare, a prendere le medicine, a fare l’amore…ho scelto la vita», ha affermato).

Il suo alt-country ironico e gigione si dipana lungo nove tracce inedite più una cover di Damn Straight di Jonathan Terrel. E se un difetto proprio si vuol trovare all’ex barbuto chitarrista e compositore originario di Denton, è forse la spavalderia e l’ostentata sicurezza nelle qualità tecniche sue e dei suoi sodali Daniel Creamer (tastiere), Scott Lee Jr. (basso) e Andy Young (batteria, e già con Pearson nei Lift To Experience). Sembrano camminare a un palmo da terra tenendo il mondo in pugno, e non troppo velati appaiono i richiami a Nick Cave & The Bad Seeds – pur con tutti i distinguo del caso – come nei nevrotici quattro minuti di Straight To The Top!. Ma considerare il tutto come un vuoto esercizio di stile è sbagliato perchè la sostanza – accidenti! – c’è e zampilla da ogni poro di questo sarchiapone dal “southern accent” che tra sinuosi contorsionismi rockabilly, sguaiati cori folk-punk da pub dublinese, mannaie elettriche sturm und drang che ricordano il Get Well Soon di Vexations e dinoccolati ciondolii country, diverte e si diverte, tanto da aver infilato nel lotto anche un mezzo “plagio” di Molly’s Lips dei Vaselines (Straight At Me) e un brano (A Love Song (set me straight)) che non rispetta appieno tutti e cinque i “pillars” sopraelencati. Ma forse ce n’era un sesto, non scritto, ovvero che le regole sono fatte per essere infrante.

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