Recensioni

Tra queste tracce non ci sarà il sangue del celebre capolavoro dylaniano cui il titolo allude, ma appunto un mostro gentile e amareggiato lasciato in eredità da un sofferto divorzio. Rispetto al carosello vigoroso delle ultime due prove – che coincideva guarda caso con la serenità affettiva culminata col matrimonio – c’è meno impeto, meno voglia di svariare e osare, però più attenzione per le sfumature e per le vibrazioni di mezzo, quelle in cui galleggiano gran parte delle trepidazioni quotidiane. E’ come un ritorno a casa coi bagagli pieni di nuovi dolori e nuove strategie di accettazione, da affrontare col lenitivo della dolcezza o comunque di una combattività pacificata, vedi il caso della piuttosto prevedibile ma toccante Joy To You Baby (riffettino adesivo e blandi accessori alt-country) o il malanimo strascicato di Evil Eye.
Ritter, giunto al settimo album in tre lustri, conosce il segreto semplice del folk-pop che non si svende malgrado tenti di azzeccare il massimo della comunicatività, con le carezze nei pugni ed il cuore aperto alla confessione liberatoria. Non rinnega anzi recupera la propria natura, conducendo in porto siparietti folk marezzati rock con grinta morbida da Paul Simon col dente avvelenato (l’asprigna New Lover), sa modulare rabbia arguta e abbandono, malinconia inguaribile e garbata accettazione. Spalma patina cremosa Mojave 3 sulla mestizia agrodolce Dylan (A Certain Light) e sulla palpitazione tenue Elliott Smith (In Your Arms Again), rievoca echi esotici altezza Graceland e lo Sting delle tartarughe blu in Nightmares, si fa un giretto tra blandi miraggi psych (In Your Arms Awhile) per poi atterrare sulla milonga frusta e calda di Lights, come se il disarmo più maturo in certi casi rappresentasse il migliore approdo al termine di tutte le strade dissestate.
E’ un disco da pacche consolatorie sulle spalle, che ricevi metaforicamente e che provi quasi l’impulso fisico di restituire. Piccoli miracoli che al folk-rock riescono ancora bene.
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