Recensioni

Tocca ribadire: José González non è mai stato tipo da uscite compulsive. È anzi un musicista che centellina le forze, gli sforzi, la presenza. Il nuovo Against The Dying Of The Light – titolo pescato dalla celebre poesia Do not go gentle into that good night di Dylan Thomas – arriva infatti dopo cinque anni di silenzio e lo fa con passo misurato, quasi esitante, come se ogni canzone dovesse sedimentare a lungo prima di guadagnarsi il diritto di esistere e significare. Eppure, rispetto a Local Valley qualcosa è cambiato: lo sguardo si allarga, si fa meno domestico e più teso, come se la meditazione individuale avesse iniziato a incrinarsi sotto il peso di un mondo sempre più opaco, algoritmico, fuori asse.
L’impianto resta quello tipico: chitarra acustica in primo piano, fingerstyle ipnotico, voce bassa e controllata, cadenza esotica. Ma già dall’iniziale A Perfect Storm si avverte una tensione diversa, un senso di moto inevitabile che scorre sotto la superficie. Non è più solo introspezione, è la percezione di sistemi che si muovono da soli, che accumulano energia fino a diventare incontrollabili. González li osserva senza enfasi, ma con una lucidità quasi clinica, pervasa di un esotismo a tratti algido che però reca i segni di un calore differito, la memoria di un pensiero lento, rarefatto, inabissato.
La title track a suo modo ribadisce e condensa questo approccio: pochi elementi di base, una linea melodica circolare, un testo che sembra invitare alla resa per poi ribaltarsi in una forma di resistenza tenace, di silente e persistente ostinazione. Non c’è retorica, semmai una specie di narrazione al tempo stesso assertiva e gentile, una strategia di sottrazioni che mira a recuperare la scala umana del nostro essere gettati in questo tempo cannibale, con l’obiettivo forse velleitario ma non differibile di restare umani. In tal senso, brani come For Every Dusk e U / Rawls Slöja funzionano da snodi teorici del disco: il primo si distende in una lenta riflessione sui cicli vitali (“We could all avoid these fights/Allow everyone to move on/For every dusk, there’s a dawn”), il secondo introduce un sottotesto etico più esplicito (tradotto via google dallo svedese: “Poi un giorno Lucia si accorse di essere incinta/Il giudice disse: Rimuovere un ammasso di cellule equivale a omicidio!”), scomodando questioni di giustizia e sociopolitica con una grazia evasiva che scuote senza appesantire il tono.
Quindi, come già accadeva in passato, González alterna questo affondo “alto” a un ripiegamento nel dettaglio, nella minutaglia del quotidiano, nel frammento domestico indagato fino alla frequenza del palpito. Due episodi come Pajarito e Ay Querida – come si evince dal titolo cantate in spagnolo – riportano tutto a una dimensione più tenera, quasi infantile, dove la lingua diventa carezza e conforto più che enunciazione (“Una pausita si se siente aburrido/Salto saltito irás volando del nido”). Di contro, Sheet – titolo volutamente ambiguo – e Losing Game (Sick) percorrono una vena più ironica e disillusa, lasciando filtrare l’idea di un gioco truccato, di una partita persa in partenza (“Thought we had everything under control/Not even close”) ma comunque da giocare con tutto il cuore possibile.
Questa specie di oscillazione tra individuo e collettività trova una sintesi efficace in You & We, uno dei momenti più emozionanti col suo arrangiamento aperto anzi quasi squadernato: la voce sembra moltiplicarsi, come se il soliloquio mutasse in un coro sommesso, frantumando i punti di vista in una sorta di molteplicità riflessiva. Si tratta di un passaggio chiave, perché porta allo scoperto quello che credo sia il cuore vero del disco, ovvero che non può esserci salvezza puramente individuale ma neanche una vera adesione al “noi” senza un collasso in sé stessi, senza il coraggio di saper identificare nei propri limiti il perimetro vitale che ci rende in grado di pensare “io”.
In chiusura, Joy (Can’t Help But Sing) evita accuratamente qualsiasi trionfalismo sciorinando un canto di gioia trattenuta, quasi malinconica, che nasce non dalla soluzione dei problemi ma dalla loro accettazione consapevole. Un invito a celebrare il fatto stesso di essere vivi, pur dentro un sistema che tende a ridurre tutto – anche noi, a partire da noi – a dato, funzione, carburante del motore e infine scoria, scarto, rumore (“As we cognify everything/We’re still primates/Who can’t help but sing”).
Nel complesso, Against The Dying Of The Light è un lavoro coerente, forse meno immediato ma più stratificato del predecessore. Non tutto mantiene lo stesso livello di compiutezza e intensità, a dirla tutta l’insistenza sulla forma produce un senso diffuso di autoreferenzialità, che non sarebbe di per sé un male se non rendesse un po’ rigido l’impasto sonoro. Ma è d’altronde un rischio che si deve correre se l’obiettivo è codificare un linguaggio altro, un quieto altrove dove poter covare una forma fertile di gravità, così da recuperare attrito da opporre allo scivolare docile tra i contenuti, nel tentativo di scampare al delizioso inferno dell’effimero.
Amazon
