Recensioni

7.2

Con il breve album Maritz, dello scorso anno, la musicista Jonnine Standish del duo HTRK sembrava essere giunta agli estremi del suo approccio minimalista al formato canzone, sfoderando i brani più esili e spettrali della sua carriera fino a quel punto. A distanza di un anno, Southside Girl, la sua prima prova per Modern Love, raddoppia in astrazione e si spinge ben oltre, catturando memorie e sensazioni legate al mare e alla storia personale di Jonnine in una raccolta di incorporei brani a metà strada tra ambient, folk e cacofonia.

Il neologismo “trinketcore”, uno dei tag sulla pagina Bandcamp dell’album, descrive alla perfezione il sound del disco a un primo impatto: più che in passato, un variegato campionario di ninnoli viene impiegato a mo’ di percussioni, suonate più o meno alla rinfusa, con l’obiettivo di catturare una sensazione, più che un ritmo. Il loro tintinnio domina la tripletta d’apertura December 32rd, Spring’s Deceit e Rococo, assieme al canto d’uccelli, a rintocchi d’orologio, miagolii, ululati e, più in generale, field recording di notti insonni e case infestate da spiriti buoni, come già in Maritz

Jonnine ha definito il suo lavoro solista, rispetto a quello con gli HTRK, «more of a personal energetic release with less judgement». Non a caso, tocca aspettare quasi dieci minuti prima che prenda forma una vera e propria canzone, una Star Arise inquietante e cullante in egual misura, la cui aspirata melodia vocale è destinata a far da tema portante dell’album, tornando nel riverberante brano di chiusura The Bells Chime. 

Incastonati tra rumore, docce di field recording domestici (si ascolti Poochie’s Pies, in cui compare anche uno straniante Rondo alla Turca) e docce letterali (Shell Cameo), spuntano commuoventi ricordi d’infanzia e riflessioni autobiografiche, accompagnati dalla chitarra di Jonnine, ancoraggio stilistico nella sua discografia che qui viene perlopiù inabissato, relegato a strumento acusmatico al pari di ogni altro found object, una sorta di crepuscolare ricompensa per gli ascoltatori più diligenti. 

Laddove la baldanzosa Ornament, con il suo campionario di rumori da foresta pluviale, si configura come il momento più brioso dell’album («If I call out your name/Will you fall from your planet/And tell me I’m magic?»), nelle cupe Sea Stuff e Southside Girl Jonnine arriva a una perfetta sintesi di questo suo nuovo ultra-minimalismo freeform e del cantautorato a tinte fosche per cui è nota ai più. Nella title-track ovattate percussioni e basso accarezzano il ricordo della madre come maree, lasciando le commuoventi parole di Jonnine in primissimo piano («As I spent my youth/Listening to secrets of seashells/And they told me/Hold on to your mother’s pearls/As she wore them on occasion/When she went out»). Si tratta di uno dei momenti emotivamente più nudi nell’intera discografia di Jonnine, incastonato tra alcuni dei suoi episodi più indecifrabili.

Nonostante il tracciato personale dei brani e l’intrinseca difficoltà dei suoi picchi cacofonici, la generale mancanza di forma di Southside Girl finisce, curiosamente, per arricchirsi in dialogo con l’ambientazione dell’ascoltatore: per il sottoscritto, per esempio, Sea Stuff ha funzionato a meraviglia ascoltata sia nel mezzo di un bosco, sia come accompagnamento al borbottare di un’irascibile lavatrice. «There is something quite generous about sharing an idea before it is overthought», ha detto Jonnine promuovendo Maritz. In questo senso, Southside Girl appare come il suo disco assieme più inaccessibile e generoso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette