Recensioni

7.3

Un album di appena 18 minuti potrebbe sembrare un’eresia, ma trattandosi di Jonnine Standish, tutto torna. I primi anni Venti hanno visto riemergere i suoi HTRK come una delle realtà folk-rock più affascinanti della scena internazionale, il cui approccio iper-minimalista ha trovato nuovi fedeli tra nostalgici indie e appassionati di elettronica in egual misura. L’uscita nel 2022 di Death Is A Dream, una raccolta di demo, outtakes e versioni “in presa diretta” legati all’ottimo lavoro di crepuscolare songwriting del duo australiano Rhinestones (2021), sembrava confermare un trend più generalizzato nel corpus di Jonnine: la decostruzione.

Un po’ alla maniera delle sue esibizioni live soliste, in cui strumenti acustici e found objects di varia provenienza diventano il punto di partenza per scheletrici loop dal potenziale disorientante, Death Is A Dream, più che documentare la genesi di Rhinestones, ne decostruiva le premesse, invitando alla messa in discussione dell’anima di ciascun brano (si ascolti una credibilissima versione Eurodance di Kiss Kiss and Rhinestones). Maritz, che prende il titolo dal cognome da nubile della madre di Jonnine, scomparsa quando l’artista era appena ventenne, ottiene qualcosa di molto simile, abbozzando una serie di brani dal potenziale pop di cui però rimane solo l’impronta, il ricordo o il punto di partenza.

Nonostante il primo verso dell’apripista I Put A Little Thing in Your Pocket suggerisca il contrario («There’s no such thing as being haunted»), gli otto brani di Maritz, ancor più che nel precedente Blue Hills (2020), creano una dimensione spettrale in cui gli strumenti (basso, chitarra, harmonium, percussioni) e oggetti impiegati da Jonnine (un metronomo rotto, braccialetti, un glockenspiel «abbandonato in una scuola sulle colline», tra gli altri) sembrano vivere di vita propria, accompagnando la sua voce alla ricerca di imprevedibili sinergie.

Laddove in brani come There’s Nothing There (aperta dal latrato di un cane e un «shhhh!» votato a zittirlo) e Tea For Two (Boo), un cullante resoconto dell’ora del tè di due fantasmi, l’effetto è assieme stregato ed esilarante, tracce come Blissfully Unaware (of you) e Can I Trust The Flowers, pur nella loro brevità, escogitano fitte texture da cui la voce e l’aura di Jonnine emergono con disarmante pathos. Per quanto fugaci e provocatoriamente incompleti possano apparire a un primo ascolto, i 18 minuti di Maritz, hanno tutto il potere di tormentare, imprimendosi nella memoria.

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