Recensioni

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Più che un disco, quello di Jonathan Wilson, trentasettenne da Forest City, North Carolina, è un atto d'amore. Per una musica, il folk speziato d'acido che ha attraversato in lungo e in largo una stagione musicale che si è stesa a cavallo dei Sixties e dei Seventies, e una scena, quella del Lauren Canyon, rivitalizzata coinvolgendo Chris Robinson e attirando una pletora senza quasi fine di musicisti del giro Americana/alt-country/folk psichedelico americano. Il risultato di questo atto d'amore, fatto di lunghe jam session immerse in quel mondo verticale che è un canyon e di tempi dilatati per la composizione e registrazione degli episodi, è un disco di folk capace di incamerare elementi pop, parente stretto di David Crosby, del Neil Young On The Beach e dei Quicksilver Message Service, di quella stessa musica di cui sono innamorati i Pink Floyd pre-dark side of the moon.

The Way I Feel è un tributo alle chitarre dei Crazy Horses, supportate da un organo e agli archi che sono il tappeto su cui poggiano molte delle composizioni migliori. Il fingerpicking di Can We Really Party Today? è già materia da hobo su una strada polverosa, verso il sogno americano, mentre Waters Down si tinge di blues leggero per una delicata elegia bucolica che si chiude in scatoligici presagi di tempesta. I brani, spesso lunghi (ben oltre i sei minuti), di Gentle Spirit trasudano di presenze ectoplasmatiche, di echi e riverberi del canyon, di schegge e manipolazioni sonore che mostrano l'abilità di Wilson come produttore e ingegnere del suono (già con Erykah Badu, Elvis Costello e James Browne), oltre che la sua competenza polistrumentistica. Code e introduzioni, rumori e voci stranianti che appaiano senza essere annunciate in molti brani contribuiscono a dare quel tocco di acidità che basta a farlo stare fuori dalla strada maestra del folk e introdurlo in quel cono d'ombra dove psichedelia e folk si incontrano.

Per un disco completamente registrato in analogico, e il cui principale output è l'antico vinile, Gentle Spirit appare comunque un disco di oggi, immerso com'è in quella nostalgia che sta caratterizzando molto del folk contemporaneo, poso desideroso di staccare lo sguardo da alcune decadi particolarmente foriere di talenti e grande musica. Lo fa guardando al passato con l'occhi dell'innamorato, ma anche con il giusto distacco di chi quel passato sa manipolarlo e renderlo nuovamente attuale.

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