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7.2

Il successo non sempre porta la leggerezza sperata. Sono passati quattro anni da Jubilee, l’album nominato ai Grammy che ha consacrato i Japanese Breakfast di Michelle Zauner oltre gli steccati dell’indie. Un disco che aveva segnato una transizione rispetto ai lavori precedenti, abbracciando un pop sofisticato e gioioso in netto contrasto con le cupe atmosfere di Psychopomp e Soft Sounds from Another Planet, entrambi segnati dal lutto materno e di cui è stato oggetto anche Crying in H Mart, diventato, nel frattempo, un bestseller. Eppure, come da lei stessa affermato, non è riuscita a scrollarsi di dosso la malinconia, tornata a farle visita proprio quando la popolarità, con il suo carico di ansie e aspettative, ha bussato alla sua porta.

Fin dalla scelta del titolo, For Melancholy Brunettes (& Sad Women), il nuovo lavoro segna il ritorno all’intimismo senza però rinunciare all’ambizione. Per la prima volta, la produzione è stata affidata a un professionista esterno, Blake Mills, noto per il lavoro con Bob Dylan, Perfume Genius e Fiona Apple, mentre il disco è stato registrato in un vero studio di registrazione, l’iconico Sound City di Los Angeles.

Se Jubilee legava un chamber pop luminoso con richiami a Belle and Sebastian a brani synth-pop radio-friendly, la nuova prova abbandona del tutto la componente elettronica, dirigendosi verso territori che spaziano dal folk — tra le influenze dichiarate di Zauner c’è Mount Eerie — al country, mantenendone però la radice dreamy.

Sin dall’intro, atmosfere bucoliche ed estatiche suggeriscono un raccoglimento che brani come Little Girl, Magic Mountain e Leda traducono in un folk acustico essenziale, con pochi elementi ben dosati a donare un fascino cinematografico, esaltando una vena espressiva urgente e sincera. Aspetti che brani come Orlando Love amplificano in direzione chamber, in continuità con Jubilee. Non è l’unico punto di contatto: Honey Water inizia richiamando gli anni ’80 di Be Sweet, il brano synth-pop che nel 2021 l’ha consacrata oltre gli steccati indie, evocando anche l’amata Kate Bush, salvo poi intrecciare delicatamente una produzione di stampo shoegaze dagli accenti psych, specie nel finale, affidato a un avvolgente crescendo pensato per le esibizioni dal vivo.

Uno smalto (alt-) country attraversa gran parte della scaletta: Mega Circuit  tra chitarre anche slide, un piano frizzante e lussuosi effetti, richiama la femminilità di una Edie Brickell, mentre la malinconica Men in Bars vede un inedito duetto con Jeff Bridges. È un raccoglimento che evidenzia una scrittura maturata – incentrata su personaggi di finzione e sui pericoli insiti nella fama – capace di sfilare con inedita naturalezza nei nuovi abiti sonori. Qui convivono la sincerità e la fragranza delle migliori produzioni indie e la produzione delle grandi occasioni.

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