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Composto da otto tracce liminari tra puro sound design, elettroacustica e musica d’ambiente, The Soft Bit è il terzo album sulla lunga distanza di Jana Irmert dopo End of Absence (2016, Fabrique) e FLOOD (2018, Fabrique).

A guidare Irmert nella creazione è stata una riflessione sulle specificità sonore di alcuni elementi come acqua, aria, ma anche sabbia e metallo. Il risultato, nelle stesse parole dell’artista, è un lavoro nel quale i field recordings perdono il loro legame con la realtà e vengono valorizzati nelle loro pure qualità acustiche. Si tramutano cioè in puri elementi sonori, visti da vicinissimo e irriconoscibili, andando a perturbare meditazioni fatte di melodie dilatatissime (Of Air è una delle poche, relative, eccezioni).

Sono quindi non soltanto metaforiche mareggiate di droni, quelle che fanno da substrato. La sound artist di stanza a Berlino indaga così un argomento che è proprio quello di un’ambient abissale nel suo provenire da una sorta di sonar sottomarino che sembra intercettare creature e oggetti misteriosi. Materico nel senso più scontato del termine, nel lavoro c’è un’intelaiatura creata dal synth che indirizza già la prima traccia (Lament) in direzioni lynchiane e susseguentemente fa da atmosfera “liquida” tanto per i momenti più minacciosi e inquietanti (The Soft Bit, Underneath), quanto per quelli abbandonati a feedback quasi cinematografici che rimandano a certe cose di Fennesz (Against Light). C’è anche spazio per uno studio percussivo (Without Tought) nei cui tintinnii assorbiti dalla suddetta atmosfera risuonano echi rituali, lontanissimi, istintuali.

Un disco che offre incontri ravvicinati con il suono, a un passo dal disperdersi in pura melassa indistricabile, ma invece sostenuto da una granulosa e tangibile tensione vitale.

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