Recensioni

Cinque anni dopo quello Starfire che aveva segnato la svolta synth-spacey della loro carriera, i Jaga Jazzist tornano con un nuovo lavoro, ancora concepito in California, questa volta con la Brainfeeder del resident Flying Lotus a sponsorizzarlo.
Come è noto il band leader del combo, Lars Horntveth, risiede a Los Angeles da quasi due lustri e una collaborazione all’insegna del global–pan–jazz (Marco Braggion docet) era dunque nell’aria, almeno da quando Fly-Lo ha iniziato a passare brani della formazione durante la sua residence per BBC Radio 1.
Trasferimento a L.A., disco su Brainfeeder, consulenza di Flying Lotus e arrangiamenti di Miguel Atwood-Ferguson, i presupposti per fare bene c’erano tutti, i risultati sono decisamente meno. Arenata a livello compositivo, la band ripropone, con la consueta autorevolezza e qualità, pattern e sonorità già ampiamente sfruttate in One Armed Bandit. Lo fa senza quel salto in avanti che le premesse sembravano suggerire e ciò che è peggio rinunciando all’anima nordico-norvegese, quell’insieme di suoni, espedienti arrangiativi e atmosfere che te la facevano riconoscere tra mille.
Pyramid si compone di quattro tracce, per un totale di quasi quaranta minuti di musica strumentale senza particolari sussulti se non la capacità di suscitare nostalgico e comprensibile gaudio per il già sentito; o meglio: per un certo già sentito che comunque, in confronto a quanto sempre più spesso si ascolta oggi, appare gigantesco. Peccato però che di innovativo, di nu – come il genere di jazz a cui si è soliti associare Horntveth e soci -, in questa ottava fatica in studio del combo nato a metà degli anni ’90 ci sia ben poco. La qual cosa può essere colta anche da chi non frequenta abitualmente territori sonori del genere.
Non che le tracce non funzionino e non abbiano tutti i tasselli al posto giusto. Nel campo dell’edilizia sonora, il gruppo originario di Oslo è ancora maestro, benché con l’ultimo edificio abbia preferito riproporre le sue linee abituali, privilegiando stabilità e sicurezza a danno dell’innovazione estetica: Tomita è una cavalcata funkadelica di tredici e passa minuti che muta pelle di continuo, tra cambi di ritmo e scenari space/futuristici (ma il futuro come lo si poteva immaginare a cavallo tra anni ’70 e 80′) che alternano jazz (ovvio), prog, lounge-pop e reminiscenze cinematiche, con tanto di marcette psichedeliche assortite; Spiral Era si avvita (è proprio il caso di dirlo) su se stessa a partire dal free-jazz d’apertura passando per suoni 80s e uno spaziale piglio cameristico/avanguardistico; The Shrine è forse il passaggio più riuscito che, partendo da una coltre noir, fende la notte e si ritrova avvolta dalla luce di una boreale alba disco/funk a base di fiati, synth e hand clapping d’annata, per poi a tratti ripiombare in momenti di mood accigliato; come anche Apex è una degna e ipnotica chiusura.
Alla fine dell’ascolto si ha tutto sommato un senso di appagamento e si vorrebbe essere magnanimi, tuttavia non si può non rimarcare la ripetitività di certi stilemi. Un 6 di stima sembra il giudizio più appropriato, giacché la sensazione è che i JJ abbiano perso un po’ la bussola e che i tempi ispirati di What We Must siano soltanto uno sbiadito ricordo.
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