Recensioni

6.7

Per essere un disco che si intitola Hysteria, tutto sembra piuttosto lineare, ovattatamente risoluto e direzionato. Non c’è più, insomma, quella parte sporca e istintiva che aveva caratterizzato l’esordio Echo e che era stata segnalato su queste colonne come uno dei tratti migliori della proposta (oltre che una promessa). Non c’è, o almeno non lo si riesce a vedere, forse dietro la produzione di Aaron Dessner, fortemente voluto dalla giovane cantautrice australiana, forse per reale scelta autenticamente artistica. Al momento non lo sappiamo, e dobbiamo limitarci a quello che sentiamo uscire dalle quattordici tracce che compongono il disco.

Se il riferimento voleva essere Liz Phair, magari strizzando l’occhiolino a una prima Angel Olsen, pare che il risultato sia un po’ una versione edulcorata, senza alcun tipo di sensuale intrigo di Marissa Nadler: strutture semplici, insistite, pronte per l’FM, senza che conturbino, senza che tocchino quella verità che almeno programmaticamente si diceva di voler andare a toccare. Prendiamo come esempio uno dei brani del mazzo che si fa più notare, Pressure In My Chest, che cosa ve ne resta nelle orecchie dopo qualche ascolto? Solo l’iterata frase del ritornello che non si muove, identica a sé stessa, e non fa altro che spingerti a dire: “Ok, ho capito, grazie: andiamo avanti”. Lo schema si ripete più volte: in Why Do You Lie, che pare proprio avere costruito la linea melodica in una zona non troppo comoda per la voce che la deve cantare. Oppure in Golden Ribbon, che sembra un blocco monolitico che non vuole/può andare da nessuna parte.

Le cose migliori spuntano fuori quando il ritmo rallenta, c’è meno ricerca del colpo ad affetto nel ritornello (magari calcando la mano su alcune parole) e si lascia trasparire l’anima folk che innerva i brani. Succede per la notturna Pluto, oppure in una Real che gioca sul registro più basso, che scopriamo essere molto congeniale alla voce di Indigo Sparke, per poi aprirsi sul registra acuto, qui sì, con bell’effetto sull’ascolto. Oppure quando si sfocia in territori country, come Set Your Fire On Me, con un crescendo finale che rinvigorisce. Ma anche nelle atmosfere 90s di Burn, che sembra un brano perfetto per un viaggio in autostrada, o ancora nel valzerino country di Sad Is Love.

Insomma, chiaramente il disco conferma che l’australiana ha delle carte da giocare, ma non siamo sicuri che la sbandierata produzione di Dessner sia stata la scelta azzeccata. Piaceva e convinceva di più quando la Nostra era più vicina allo spirito Sacred Bones che tuttora la pubblica. C’era più mistero, meno perfezione e, in definitiva, meno noia.

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