Recensioni

6.9

Avevamo apprezzato l’esordio sulla lunga distanza di Ryan Hunn, Ghosts Of Then And Now, e soprattutto il lavoro di cesello sul mix, un multi-sfaccettato intingolo di fascinazioni che lavorava sui bordi più visionari e synth analogici della scena del Low End Theroy (anche del catalogo più avventuroso della Brainfeeder di Flying Lotus) e sapeva cucirci attorno una meticolosa britishness che abbracciava tanto Bonobo quanto Floating Points, con un occhio di riguardo per la cinematica e le “musiche del ricordo”.

A due anni di distanza, il marchio Illum Sphere torna decisamente sbiancato, al netto o quasi di black music e r’n’b, concentrato su passioni di lungo corso proprio per le citate soundtrack e l’analogica d’antan. Il disco si muove su una tela tra l’esplorativo e l’agrodolce che dai vari Johnny Jewel e Survive scivola nelle pieghe post-punk elettroniche di una Helena Hauff per infilarsi poi nella polverosa folktronica club-compatibile di un Kim Hiorthøy. Gli arrangiamenti di Glass, anche quando si sviluppano su layer stratificati, risultano comunque precisi ed essenziali, e il contatto con la melodia è preso in considerazione con grande circospezione. Dominano i sintetizzatori e gli arpeggiatori, ma le loro geometrie sono stemperate da spruzzate di glockenspiel, pianoforti “continui” e polverosi, archi in lontananza e sinistri campioni in reverse che conferiscono al disco questa generale idea di dichiarato “detachment”.

Assodata la bravura, come notavamo in passato, il limite di Illum Sphere sta in un approccio dominato dai modi e dalle maniere del lato producing, più che di quello autoriale (anche se Thousand Yard Stare è la traccia che più di ogni altra ribalta questa affermazione). Manca un’idea forte dietro a un disco che non mostra quel guizzo in più che ora, più che nell’esordio, era richiesto.

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