Recensioni

7.2

Attivo su diversi fronti già dal 2008, Ryan Hunn, oltre che come eclettico producer, si è imposto sia come dj, sia come animatore della scena di Manchester con la serata Hoya:Hoya fondata assieme all’amico Jonny Dub giusto un anno prima di fondare la personale Fat City.

Le prime tracce qui pubblicate, e il successivo output, proposto per uno sfaccettato set di canali (la 3024 di Martyn, la Tectonic di Pinch come la popolare Young Turks, base di XX e SBTRKT) hanno rappresentato sin qui un intricato dedalo di suoni, ritmi e suggestioni dentro e fuori i bpm dei club, un’elusione/dissimulazione continua ottenuta da un fumoso e dinoccolato misto di hip hop, club culture, vintage synthdelia e vari campioni, tra cui puntine di giradischi e field recording assortiti. Se dobbiamo trovare un bandolo della matassa, Low End Theroy è la chiave: la celebre serata di Los Angeles dove immancabilmente Hunn è finito a suonare è stata fonte di grande ispirazione sia per l’influenza di Flying Lotus, sia per i contatti con un Samiyam che in passato lo ha remissato nella traccia Pycho contenuta in Long Live The Plan (Fat City, 20110). La produzione, del resto, sporcata e in bassa fedeltà, spesso in richiamo 70s e farcita di 8bit, pesca a piene mani dai cataloghi Brainfeeder e Stones Throw, infondendo però declinazioni sci-fi e altri imprinting di stampo europeo (vedi il massimalismo su tagli techno/bass/acid/electro del 12” Birthday/h808er su Young Turks). Un setting fondante per le ambizioni sulla lunga distanza che andiamo qui ad analizzare.

Accasatosi su Ninja Tune nel 2012, Hunn promette fin da subito un esordio che richiede più di un anno per venir realizzato. Ghosts Of Then And Now, infatti, s’inserisce di petto nel filone degli utlimi lavori di Flying Lotus raccogliendone la sfida più intima: accompagnare l’ascoltatore in un coerente ma variegato viaggio, tanto esotico quanto venato di malinconie e nostalgie, tra i colori seppiati di LA e un tocco particolarmente visivo e vivido nella scelta dei campioni. C’è un po’ di tutto in tracklist: il taglio jazz cantato (Love Theme From Foreverness con il feat di Shadowbox) come “smaltato”, gli arrangiamenti 70s sviati da saturissimi synth analogici (Lights Out In Shinjuku) con tutto un gusto per Glockenspiel, xilofoni, chitarra, piano, tastiere (hammond e organi) costruiti ad arte per restituire una coerente idea di saudade e d’avventura sonica multisensoriale.

Diversi i momenti degni di nota: It’ll Be Over Soon, forse la migliore del lotto, con l’inquieto giro di note al piano contrappuntato da campioni da partita di ping pong e un coinvolgente crescendo di synth, moog e effetti; valido il retaggio sci fi virato caraibico del singolo Spleeprunner, la cassa dritta che punta decisa su una samba jazz rock molto canterburyana (Near The End), dell’r’n’b vicino alle produzioni di Kelela ma puntato “in retromarcia” (Embryonic con Shadowbox al canto), oppure del soul sulfureo su ottimi sincopati di HH strumentale (At Night con Mai Nestor).

E’ un peccato che il versante più frizzante di Illum Sphere – assolutamente di livello, vedi The Plan Is Dead – sia stato accantonato per un approccio dominato da modi e maniere, eppure Ghosts Of Then and Now, grazie a una buona tenuta d’insieme, trova comunque le sue vie all’incanto e a questo senso di caparbia nostalgia.

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