Recensioni

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Ci sono vari modi per raccontare un disco di una band punk/post-hardcore oggi. Uno è quello del continuo confronto col passato, con la scelta di nominare o meno il fattore rappresentato dalla novità. C’è poi quello dell’estasi per le cannonate, il trasporto per quegli artisti che tornano a fare il culo agli ultimi arrivati. E infine quello sconsolato dettato dall’insignificanza di una musica tanto potente quanto non (più) ascoltata. Tutti modi giusti, spesso sovrapponibili. A maggior ragione per una band come gli Hot Snakes, uscita da un manuale sul ciclo di vita del rock di oggi: alcuni ex-membri di un gruppo abbastanza storico del periodo d’oro dell’alternative rock statunitense, rumoroso, utilizzatore di chitarre e poi scioltosi, tornati con una nuova band, sciolta pure quella e poi riformata. Quella di cui vi stiamo parlando. E poi c’è il punto di vista che unisce tutte le chiavi interpretative che vi abbiamo proposto sopra, ovvero esaltazione + retromania + scoramento da retromania, in un misto tra l’impatto in prima persona su chi scrive e il tentativo di distacco dato un’analisi che mira a sviscerare criticamente un disco.

Il nuovo album degli Hot Snakes porta a farsi delle domande, dopo tutto il chiacchiericcio passato nella diatriba tra vecchi dinosauri della musica e nuove idee in circolo oggi. Ovvero: un disco come questo è buono in sé o buono perché risveglia in chi ascolta certi momenti del passato sicuri, calorosi, rassicuranti? Un disco come Jericho Sirens (e tanti altri) può mai liberarsi dal proprio passato, dalla musica nella cui tradizione – e sì, ormai anche questa lo è – vive? Esiste una via che non sia lo scontro tra nuovo e revival? Il revival è sempre buono o è sempre un male? Il nuovo è sempre apprezzabile, in ogni caso? Forse non se ne esce, ma tutto questo ci serve per farvi capire quanto sia difficile e meta-narrativo – e forse noioso (ce ne rendiamo conto) – parlare di questa musica oggi. Perché qui sta un altro problema: anche il parlarne diventa frutto di una tradizione, quella delle recensioni sulle chitarre, ormai enorme. Tutti interrogativi che questo disco non risolverà. Ma ci servivano a far capire il contesto in cui viviamo noi appassionati di musica, che ne scriviamo o che ne leggiamo. Non solo quelli che la suonano.

Quelli che la suonano in questo caso, sono gli Hot Snakes. Gente che ha scritto pagine ottime per il post-hardcore con i Drive Like Jehu, proseguendo poi con i Rocket From The Crypt su un versante maggiormente garage. Quel mondo, si sa, non è collassato a livello di produzione, visto che di roba sul genere ne esce ancora: è il contesto di attenzione su di esso ad essere sparito. E allora, in mancanza di un reale interesse per una musica di questo tipo, possiamo solo scrivere come se si parlasse a qualcuno che di questa roba non ha mai sentito nulla e fregarcene degli esperti. Anzi no: a questi ultimi potremmo dire di una musica che ripulisce i New Bomb Turks nella voce e nelle chitarre, ma non nell’aggressività, che semplifica i Mission Of Burma senza banalizzarli.

Un giro di chitarra favoloso che ti fa piombare subito in mezzo alla violenza. Il primo pezzo, I Need A Doctor, torna sugli stessi passi fatti dagli Hot Snakes, che a cavallo tra Novanta e Duemila avevano pubblicato tre dischi di garage rock, musica per chitarre rumorose contraddistinta dalla povertà di mezzi, che prendeva il punk – altra musica fatta di chitarre rumorose – e lo contaminava con il post-hardcore (il punk di cui sopra velocizzato prima e complicato poi, con controtempi e influenze di vari tipi; in soldoni: se il punk era lineare e violento, il post-hardcore è non-lineare e violento di base, con tante altre cose sopra e attorno). La prima traccia viaggia sopra a tutto questo contesto, con un’aggressione che torna spesso durante il disco. La cosa bella di questa musica molto spesso liscia e dritta nello svolgimento, è il tentativo di dare varie sfaccettature alla potenza. Ci sono pezzi melodici che viene subito da riascoltare e cantare, con ritornelli irresistibili (Six Wave Hold-Down), oppure che andrebbero bene per colonne sonore di film western epici e modernizzati (Jericho Sirens). E poi ci sono gli assalti veri e propri, roba che sfocia quasi nel metal-core (da una parte una musica per chitarre ancora più estrema di quelle precedentemente citate, dall’altra la velocità dell’hardcore), dal suono compatto, dal ritmo vertiginoso. Oppure brani tra l’energetico e il melodico, gemme perfette da canticchiare mentre correte o fate palestra (Death Camp Fantasy).

Più di tutto, gli Hot Snakes dimostrano quasi in tutti i pezzi di saper ancora maneggiare questa materia, di non essere per nulla stanchi. Di aver spinto sull’unico tasto che conoscono, quello della violenza sonora nelle sue varie sfaccettature, per continuare ad essere sé stessi. Di questo c’è solo da ringraziarli. Ci siamo capiti?

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