Recensioni
Kevin Costner
Horizon: An American Saga - Capitolo 1
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Andrea C. Soncini
- 12 Luglio 2024

Horizon: An American Saga – Capitolo 1, finalmente un FILM. Non un film, di quelli che puoi vedere in streaming, i piedi allungati sul tavolinetto, un occhio al cellulare per controllare compulsivamente il profluvio di monnezza virtuale che intasa le vie cerebrali più di quanto il colesterolo fa con le arterie. Ma un FILM che entri in sala, cala il buio, dopodiché al comparire delle prime immagini vieni trascinato in un gorgo.
Western, un genere oggi considerato Dead On Arrival. Tacciato di essere retorico e misogino. Horizon non è né l’una né l’altra cosa. Gli eroi senza macchia scarseggiano, forse non ce n’è uno: ancora troppo presto per stabilirlo. Le donne, in ruoli più o meno centrali, abbondano. Anche tra le presenze femminili native sembra muoversi qualcosa. Ancora troppo presto per stabilirlo.
Della cocciutaggine di Costner, della lucida pazzia che andrebbe chiamata visionarietà, quella che hanno solo gli artisti più grandi, e non basta: anche coraggiosi – come il Francis Ford Coppola già tacciato di “follia” per l’imminente Megalopolis –, dei soldi messi di tasca sua e del futuro da barbone che lo aspetta si è parlato senza sosta. Troppo. Più che discettare di cinema si è fatto gossip. Spendendo poche o nulle parole sul gigantesco progetto che sottotitolare “saga” è del tutto azzeccato.
Quattro capitoli, ognuno 180 minuti di sala. Il secondo già annunciato come si evince dal poster su cui compare la data di release, metà agosto. Ma le breaking news parlano di nuvole minacciose addensatesi sull’intero progetto. Causa i risultati del botteghino – e quando mai? – il Capitolo 2 è stato posticipato a data da destinarsi. Dopodiché, non è sicuro che il detto circolasse anche nel Far West, chi vivrà vedrà (se Costner riesce a portare a termine la saga).
Horizon è un mosaico fatto di tessere tenute insieme dal sangue versato e coagulato. Quello dei coloni che si scontrano con i nativi. Una guerra cruenta che sappiamo bene come è finita. Ma ha ancora tanti risvolti da mettere in luce, da chiarire, tanti angoli bui che meritano di essere sondati anche attraverso operazioni come queste. In tal senso Horizon è un film che ha valore autentico, che mette le ruote sui solchi tracciati dalla Storia (e rieccoci con le maiuscole). Non importa se i personaggi sono fittizi perché, per citare il sommo cantautore più volte additato come poeta, eppure lestissimo a svendere – e svilire – le sue strofe al peggior offerente: “la storia siamo noi /nessuno si senta escluso”, e nessuno in effetti Costner esclude. Fissando i volti, le parole, le vicende più o meno personali, su uno sfondo solido che le cronache riportano – nel quadro generale – attendibili.
I cinesi che hanno posato le rotaie della ferrovia, la carovana di La via del West (Andrew V. McLaglen, 1967) e della recente serie 1883 (che prelude a Yellowstone di cui Costner è perno), la citazione dei coloni assediati in casa dagli indiani de Gli inesorabili (John Huston, 1960), l’intrecciarsi di destini e vicende del monumentale La conquista del West (John Ford, Henry Hathaway, George Marshall e Richard Thorpe, 1962), le famiglie che impongono all’interno e all’esterno le proprie brutali regole (Il grande paese, William Wyler, 1958). Balla coi lupi, del quale Horizon mantiene (anche) il punto di vista degli indiani d’America. Nel pentolone Costner ha gettato tanto cinema western classico, benché incrinato da una visione che scuote alle fondamenta l’epica retorica, che confonde i labili confini tra buoni e cattivi. Ci sono tanto Walsh, Ford, Daves, Huston. Leone e Eastwood non pervenuti.

Ci sono i militari: uomini onesti e consapevoli del genocidio come il tenente Trent Gephardt (Sam Worthington); il disilluso Col. Albert Houghton che sembra uscire dalle pagine de Il deserto dei Tartari (Dino Buzzati); il sergente maggiore Thomas Riordan sulla scia del leggendario Walter Brennan (caratterista icona di John Ford, tre oscar all’attivo). Ci sono i giovani indiani “interventisti” e quelli anziani e saggi; i cacciatori di indiani; le donne come detto, di dubbia o pessima moralità e quelle di stampo classico nel bene e nel male, tante, variopinte, complesse o più lineari. La violenza abbonda: ma quelli sono i tempi e gli spazi. Visivamente trattata in modo classico anche questa, sulle sparatorie il regista Costner non indugia, il punto di vista è realistico: scambi veloci, sporchi, anche in questo “epica” va scritto tutto in minuscolo.
C’è il “dodicesimo in campo”, si direbbe nel calcio. Quella fondamentale presenza che John Ford non ha mai mancato di chiamare in scena nei suoi film: l’immensa, selvaggia, mozzafiato, natura americana. Che echeggia, sussurra, oppure ruggisce in tutta la sua incommensurabile grandezza. Impassibile alle misere contese dei piccoli umani.
E nonostante i ripetuti tentativi di ridurne i meriti, quasi spingendo per farne un flop annunciato, Horizon ha una peculiarità sempre più rara: è scritto bene. Perfino i dialoghi sembrano il frutto di qualcuno che non si è sentito sottopagato e desideroso di aderire allo sciopero degli sceneggiatori. Gli attori sono diretti bene: nessuna vera stella ma buoni interpreti, facce più o meno note che rimescolate nei ruoli – uno su tutti: Michael Rooker specializzato nella parte del villain e qui riciclato come sergente maggiore di buon cuore – rendono più solida la fitta trama (intesa come intreccio dei fili che forma una struttura sicura).
Ma tutto questo pare che non basti. Non ricordo negli ultimi tempi la critica scagliarsi così compatta contro un solo obiettivo. Il flop di Horizon è stato vaticinato prima ancora di arrivare nelle sale. I motivi? È un western, non può funzionare. Beh, quando Il gladiatore è caduto dal cielo come una pioggia di rane non è che il genere peplum fosse esattamente ai primi posti di gradimento del pubblico. La maggior parte della gente che riempiva la sala, soprattutto negli USA, i primi minuti non sapeva bene se si trattava di una storia sul mondo del wrestling o se il Colosseo fosse la casa di un franchigia di basket italiana.

Secondo peccato mortale per la critica: troppo ambizioso. Ma come? Ci insegnano che nella culla devi strillare più forte di tutti, a scuola stracciare la concorrenza, da adulto fare le scarpe ai colleghi, e comunque sia primeggiare nella vita costi quel che costi. Però quando un artista esce dai confini del compitino è “ambizioso”. Questo vale per la musica, per il cinema, per tutte le arti in genere.
La Recherche (Alla ricerca del tempo perduto, di Marcel Proust), 7 volumi per 3.724 pagine, è stato definito da il Venerdì di Repubblica come «il romanzo-capolavoro più lungo del mondo (…). La Recherche è lunga e piena di personaggi, proprio come una serie tv. Si può cominciare e interrompere dove si vuole. E fa (anche) ridere». Hanno scritto anche questo, certi critici più spietati dei mortiferi Sykes – bravissimi gli interpreti dei malvagi fratelli, uno dei due la prima vittima di Hayes Ellison-Costner da quel momento costretto alla fuga –, hanno sentenziato i critici scandalizzati che Horizon ha anche i toni della commedia. Peccato mortale!, blasfemia!
Che dunque “fa (anche) ridere” proprio come La Recherce pubblicata per la prima volta – guarda guarda – a spese di Proust perché rifiutata da tutti gli editori. Potrei andare avanti per l’intera durata di questo Capitolo 1, nell’elencare casi di cecità che vedono protagonista la critica composta da Don Abbondio 2.0: proni rispetto ai potenti, e 2.0 perché nel terzo millennio, variante più infida del personaggio manzoniano, agiscono infierendo sulle vittime più indifese e comunque in gruppo, da sciacalli.
Stephen King, spalleggiando Costner, ha detto bene: «Schadenfreude significa ‘trarre piacere dalla sfortuna di un altro’. Descrive perfettamente molte reazioni che ho letto per Horizon di Costner. Perché, in nome di Dio, qualcuno dovrebbe crogiolarsi nel fallimento di un film che non è un sequel o parte dell’universo Marvel?». Sottoscrivo.
Altro cavallo di battaglia dei detrattori è la lunghezza. Credo che dovrebbe valere quanto si dice in ambito di sesso: non importano le dimensioni ma come lo si usa. Intendo il copione. Ma chiedete agli spettatori: io non ho visto nessuno uscire prima della fine del film. Per quanto mi riguarda, tre ore volate, e la sensazione è che ci fosse stata la possibilità di vedere di filata il secondo capitolo, nessuno in sala si sarebbe mosso. Segno che il film è vivo, cresce, appassiona.
Il regista americano qualcosa di imponderabile, lo si capisca o no, l’ha fatto. Non nell’allestimento ma di certo nella teoria. Con la sua American Saga ha sfidato le serie tv mutuandone il concetto per innestarlo sul tronco del vero cinema. Se tv e streaming hanno decimato le sale, e le serie tv sono la specie che come i dinosauri a suo tempo ha preso il sopravvento, Costner tali mostri li porta sul grande schermo dove – ammaestrati da lui – risultano oltremodo mastodontici e impressionanti. La tv ha ridotto il grande cinema al formato casalingo e il regista/attore fa il contrario provando a restaurare l’ordine naturale delle cose. Perché il cinema è cinema al cinema.
Horizon – An American Saga, Capitolo 1 è un FILM che nonostante non si concluda funziona, emoziona, conta una quantità indecifrabile di cadaveri ma tempi morti non ne ha. Se la saga si interrompesse sarebbe una grande occasione mancata per l’intero mondo del cinema che oggi più che mai ha bisogno di uomini come Costner, più fedeli al loro mestiere/dovere che ai resoconti dei contabili.
Da Pieraccioni a Taylor Swift la modestia (intesa come mediocrità) trionfa, la si trova su milioni di schermi, riempie gli stadi: il Dio del cinema benedica Kevin Costner, dunque, la sua ambizione. La sua idea di cinema.
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