Recensioni

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Dopo il fortunato esordio Earth Measure datato 2012 che li ha fatti conoscere ed apprezzare, gli scozzesi Holy Mountain tornano a seminare terrore e distruzione con Ancient Astronauts. Tanto ispirati dalla poetica di Alejando Jodorowsky (il nome della band è chiaramente ispirato dall’omonimo libro del maestro cileno) quanto dai monumentali riff dei Black Sabbath, i tre scozzesi, in questo nuovo episodio, pestano e sperimentano ancor più che nel predecessore, macinando riff granitici e ritmiche serratissime.

Sintesi perfetta del loro pensiero è l’iniziale LV-42666 (citazione che arriva dritta dritta da Alien di Ridley Scott, LV è infatti il nome del satellite su cui atterra la Nostromo di Ripley), due minuti scarsissimi di muscoli e nervi, dimostrazione della forza bruta di un power trio assolutamente in palla. Space rock coi fiocchi è quello che si ascolta in una Luftwizard che strizza l’occhio alla produzione dei Motorpsycho di Heavy Metal Fruit, mentre in Ancient Astronauts, più vicina agli Sleep, emerge deciso un drumming grasso e ampio di matrice tipicamente bonzoniana, offrendo spunti interessanti sviluppabili in psicotiche e fuoriose jam in sede live. Traccia cardine del disco è Tokyo, spartiacque possente e assoluto tra i vecchi Holy Mountain e i nuovi. 

Suonato con perizia, furia e tecnicismo, Ancient Astronauts è il miglior album che gli Holy Mountain potessero scrivere. La speranza è che la maturazione della band iniziata con Earth Measure ed esplosa definitivamente in questo episodio, non si fermi al secondo gradino ma continui verso nuovi livelli e direzioni. 

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