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Lo attendevamo al varco della prova album, Jake Martin. Meglio conosciuto come Hodge, moniker con cui dai primi anni ’10 ha prodotto una sfilza di singoli ed EP finiti tra le mani dei dj più innovativi e ricettivi verso i suoni che spirano dalla terra d’Albione. Di base a Bristol, Hodge è finora apparso su quasi tutte le principali label bristoliane e britanniche. Dagli esordi come protégé di un certo Peverelist, alle puntate in casa Hemlock, Berceuse Heroique, Tempa, Tectonic e altre, approdando all’Europa continentale via Clone e Peder Mannerfelt, fino alle collaborazioni recenti con Laurel Halo e Shanti Celeste, il curriculum di Jake è di quelli che fanno gola a qualunque producer o aspirante tale. Dopo tante – mediamente ottime – prove sul breve formato, più apparizioni su compilation varie, non pochi si chiedevano “ok, ma l’album?”. Eccoli/eccoci accontentati.

Shadows in Blue esce per Houndstooth, etichetta londinese eclettica e di qualità. Per un artista la cui musica ha sempre avuto una dimensione ideale nel singolo o EP, possibilmente rivolto al dancefloor, il formato album è sempre una sfida ricca di incognite. C’è il rischio di snaturare il proprio sound o di mettere insieme una manciata di tracce che sembri più una raccolta di singoli che un insieme dotato di struttura, narrazioni, e relazioni interne. In un certo senso, il producer inglese non fa né l’una né l’altra cosa. Shadows in Blue suona come Hodge che esce dai suoi panni consueti, per mostrarci un Hodge più nascosto ma non meno autentico.

Il comunicato stampa ci informa che l’album è ispirato dalla natura e dalla processualità, così come da un «recente amore per le piante e il giardinaggio, leggere science fiction, vecchie copertine di album prog-rock, e andare ai rave». Più che una ritirata dal club, un’espansione oltre le sue mura. Quello di Hodge sembra un percorso artistico parallelo a quello della concittadina Shanti Celeste – con cui ha collaborato per un Ep a quattro mani sulla di lei etichetta Peach Discs. Entrambi hanno conquistato fan con singoli e dj set, e si sono confrontati con l’album per estendere la propria palette di suoni e mood. E così, pur senza abbandonare il tribalismo percussivo e l’orecchio per melodie memorabili, le due principali caratteristiche delle produzioni di Hodge, Shadows in Blue stupisce per i molti riferimenti al minimalismo classico, alla new age e alla fourth world music. Certo, le melodie loopate ad libitum e alcuni passaggi ambient dei precedenti EP erano indizi evidenti, ma di certo non ci si aspettava un album che in più momenti lambisce i territori di Steve Reich o Vangelis piuttosto che Peverelist o Kowton.

Il legame con la natura e la recente passione per il giardinaggio e la coltivazione (fatevi un giro sul suo profilo Instagram per avere un’idea concreta) si riflettono in brani più riflessivi e distesi, in cui entrano persino field recordings, come nella coppia di apertura e chiusura, dai sentori orientaleggianti e zen la prima, retta da un jazz malinconico la seconda. Il minimalismo di scuola Riley-Reich-Glass domina The world is new again, con crescendo percussivo sul finale. Stessa formula di minimalismo spruzzato new age con beat e in costante buildup nella title track, che dopo 3 minuti di tensione accumulata culmina in una cassa dritta ma sempre sommessa. I tribalismi sommessi e sommersi continuano in Lanacut, misteriosa e un po’ burialiana nel suo evocare un party ascoltato in solitaria dall’esterno del club. Sempre in quello stato liminale fra club e home listening si trova Sol, troppo minacciosa per essere semplice sottofondo, e troppo evanescente per un dj set. Non mancano ovviamente le tracce che si avvicinano all’Hodge più classico: la techno tribale in tensione perpetua (Lanes) e dal breakbeat minimale in primo piano dietro cui si agita un andirivieni sonoro di sfondo (Sense Inversion); e i momenti di massimo edonismo con la cassa dritta guarnita di sirena rave e pad Detroit di Cutie, o l’energia ‘90s di Ghosts of Akina (Rainbow Edition), che fa il paio con i pezzi più spinti dell’album di Shanti per la loro capacità di accennare al passato senza rifugiarvisi nostalgicamente.

L’ascolto di Shadows in Blue appaga, stimola e diverte. Resta forte la convinzione che Hodge dia il meglio di sé su singoli ed EP incendiari, ma se continuavamo a chiederci se il ragazzone potesse reggere anche il mezzofondo oltre agli sprint su 100 e 200 metri, adesso sappiamo che ha tutte le carte in regola per farlo.

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