Recensioni

Previsto inizialmente in uscita il 3 aprile, causa Coronavirus il nuovo lavoro in studio delle Hinds arriva solo adesso. Dobbiamo però essere franchi: non fremevamo per l’attesa, poiché col precedente I Don’t Run, risalente a un paio d’anni fa, non eravamo stati teneri. Ci sbagliavamo. Intanto perché questo nuovo lavoro amplia gli orizzonti delle quattro spagnole, che evolvono dal clichè di nipotine ispaniche dei Pavement e vanno a vivere da sole, per così dire. Certo, il trasloco dev’essere stato traumatico, a giudicare dalla copertina, uno scatto del fotografo – anch’egli iberico – Ouka Leele che le ritrae in versione iper-kitsch e stravaccate impertinentemente su un divano rimasto lì in mezzo a una stanza piena di ninnoli a mo’ di “trova l’oggetto nascosto”. Ma è proprio la cover a suggerire per prima il decisivo cambio di passo delle giovani madrilene, un’immagine che cattura lo sguardo, magari senza un motivo particolare, lasciando intendere un contenuto sonoro parimenti seducente. Quando si dice che la musica va vista, oltre che ascoltata.
E infatti, allo sfiatato starnazzare pseudo-indie/rock dell’ultima prova, si sostituisce l’entrata a regime di una respirazione perfettamente sincrona che allarga i polmoni delle Nostre con salutari boccate di psichedelia, shoegaze e inserti elettronici. Adesso pensano in grande, le “cerve”, e fanno le corna a tutti quelli – me compreso – che le avevano blastate dopo le prime due prove in studio. Dal più tipico copia-incolla del lo-fi/DIY stellestrisce, sono passate a doversi preoccupare di registrare il loro, di brevetto. Certo, di strada da fare ce n’è ancora parecchia ma la direzione è quella giusta.
Sono maturate in tutto, Amber, Ana, Carlotta e Ade, merito anche della guida in cabina di regia della cantautrice e polistrumentista americana Jenn Decilveo. Ed è evidente fin dalla opening track Good Bad Times, assaggio di jangle pop maturo e irriverente trascinato da una melodia accattivante e dai richiami cosmici rètro à la Cardigans sottolineati da tastiere dal retrogusto 80s (non sarebbe stato male su un disco dei Tame Impala), a veicolare un testo che parla di relazioni disfunzionali («Sai quando in una relazione due persone arrivano al punto di vivere realtà completamente differenti? – hanno spiegato le ragazze – Quando uno pensa che tutto vada alla grande e l’altra sta quasi per annegare? Questa canzone parla di incomunicabilità, distanza, tempi differenti, come due parti della stessa moneta che stanno attaccate e non possono separarsi anche se sembrano completamente differenti»).
Le dicotomie sono il sale di questa bella “Maledizione”. E la loro consapevolezza nel maneggiarle permette alle Hinds di giocare addirittura con il loro stereotipo di finte bimbeminkia come in Just Like Kids, dignitosissimo jingle dai sapori weird che davvero farebbe andar fiero zio Stephen Malkmus (e siamo sicuri che sobbalzerebbe anche ascoltando una Take Me Back). Anche perché il lead single Riding Solo mostra invidiabili capacità compositive, con quell’allucinato crescendo di chitarre culminante in un ritornello anthemico che se esistessero ancora i concerti come prima del COVID-19, si presterebbe a uno di quei cori spacca-stadio.
Tra chitarre distorte e stratificate che frullano vorticosi e rumoristici passaggi, si fanno largo melodie solari e suoni caldi dati dalla chitarra acustica che mescola il piglio psych alla tradizione del cantato in spagnolo che si fa largo in svariati momenti del disco, con punte addirittura di folclore (il flamenco di Come Back And Love Me). Potete amarle o potete odiarle ma loro vanno avanti, testarde come mule. E pregate di non ritrovarvele come inquiline dell’appartamento di fianco, perché a forza di sbatterci la testa ve la butteranno giù, quella parete.
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